Magic in the Moonlight - la recensione del film di Woody Allen con Colin Firth e Emma Stone

23 novembre 2014
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Una commedia sulla magia e l'amore girata nel sud della Francia.

Magic in the Moonlight - la recensione del film di Woody Allen con Colin Firth e Emma Stone

Woody Allen da anni motiva le sue peregrinazioni per il mondo dicendo che viene chiamato e lui risponde volentieri, laddove il posto in questione sia di quelli in cui trasferirsi volentieri per alcuni mesi, soprattutto per la moglie, diremmo noi, visto che lui dice con grande serietà che non ama viaggiare e starebbe sul divano tutto il giorno a vedere basket. Ormai bisogna credergli, visto il suo Grand Tour continua, alternato giusto a qualche pausa di ristoro a Manhattan, e l’ha portato per Magic in the Moonlight nel sud della Francia, fra la Costa Azzurra e la Provenza. Una cornice rurale alla fine degli anni ’20 che ci presenta la bella società ancora spensierata e pronta a godersi la vita rodendosi al più per questioni di cuore o di arguto pettegolezzo.

Sappiamo come che il vero viaggio che ama Allen è quello indietro nel tempo, basti pensare alla vetta del suo cinema recente, Midnight in Paris, ma non essendo Nolan e non avendo a portata di mano dei buchi neri si accontenta di farlo ambientando le sue storie nel passato. In questo caso ha guardato molto indietro anche per quanto riguarda tematiche, suggestioni e, chissà, magari anche qualche battuta o spunti di trama sepolti nei cassetti in cui ama tenere i suoi scritti.

Non c’è davvero niente di nuovo in questo film, che rielabora lo spunto della magia e ne fa una storiella sull’illusione: quella del protagonista, illusionista scettico e razionale Colin Firth; ancor di più quella di una medium, sospetta ciarlatana, ma dal sorriso che stende, interpretato da Emma Stone. Uno vuole smascherare l’altra, spinto dalle sue radicate convinzioni, convinto che Dio, la magia - magari anche l’amore a prima vista - non esistono, ma così è condannato a una vita di pessimismo e misantropia, impiegata a idolatrare Nietzsche e Hobbes limitando le interazioni con il resto del mondo alla mancata rassegnazione della mediocrità che lo circonda.
L’amico, al singolare, serve a ricordare anche a lui quale genio artistico, di stile e classe lui sia.

Ma la gioia di vivere, sotto la forma soave di un cedimento all’amore, non valgono qualche sana bugia? L’illusione di potersi lasciar alle spalle la razionalità per l’istinto, sapendo che c’è il trucco, ma fregandosene e cullandosi nella sua dolce menzogna? Interrogativi che hanno già accompagnato la carriera di Allen, con ben altra problematizazione e divertimento, mentre in Magic in the Moonlight siamo di fronte a un film poco brillante, con alcuni passaggi di sceneggiatura tirati via e una coppia di protagonisti male assortita.

Sembra, insomma, la realizzazione di un soggetto già rielaborato in altre occasioni, qui rimasticato e stancamente proposto a un pubblico pronto ad accettare Woody Allen anche al minimo della forma. Non c’è emozione, il che per un film sull’amore ci sembra piuttosto grave.      




  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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