Made in Italy: recensione del nuovo film da regista di Luciano Ligabue con Stefano Accorsi e Kasia Smutniak

23 gennaio 2018
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Lo stile Ligabue si conferma tale anche al cinema: un film Lambrusco e popcorn.

Made in Italy: recensione del nuovo film da regista di Luciano Ligabue con Stefano Accorsi e Kasia Smutniak

Lambrusco e popcorn: non l’ha mai cercato di nascondere, Luciano Ligabue, di essere fatto di quelle cose lì. È fatto così lui, è fatta così la sua musica, è fatto così anche il suo cinema.
Il lambrusco di quella schiettezza ruvida e rustica della provincia padana, di un’onestà semplice e un po’ sfacciata, di commenti e parole e sentimenti senza tanti fronzoli, detti e raccontati così come sono, e con magari in più solo un pizzico di frizzante ironia. Il popcorn, di contro, è quello di sapore un po’ artificiale, di quelle costruzioni un po’ ridondanti e retoriche che sembrano venire dalla smania per l’America, un’America ideale e idealizzata, da cinema appunto, più che dai portici, dalla nebbia e dal Fiume.
Il talento di Ligabue è sempre stato quello nel trovare un equilibrio tutto sommato stabile tra queste due cose - due cose che insieme di solito non è che proprio ci stiano benissimo - e di farne il filtro attraverso il quale ha raccontato, a modo suo, la realtà.

Made in Italy, da questo punto di vista, non fa eccezione. Ed è fatto tanto di lambrusco - nella parte che poi conta davvero - quanto del popcorn che masticheranno i suoi spettatori dei multiplex, che magari apprezzeranno anche gli eccessi di retorica, i monologhi esagerati di Stefano Accorsi, l’eterna adolescenza, i momenti videoclippati, gli errori di forma e di racconto che sono figli comunque di una voglia di fare e magari strafare, senza però mai tirarsela nemmeno un secondo.
Ecco che allora Made in Italy, che non se la tira, e che è sincero, onesto, che racconta quello che il suo autore conosce per davvero e si vede, in fondo è più apprezzabile di tanto altro cinema che invece è fin troppo consapevole di sé, che si atteggia, che parla di quelle cose di cui parla Ligabue - che poi sono la vita di una generazione nata negli anni Settanta, la precarietà economica ed esistenziale, i sogni infranti e quelli da coltivare, i problemi di un paese che ce la mette tutta per metterti i bastoni tra le ruote, e cioè i grandi temi del nostro tempo - con un altro tipo di retorica, assai più furbetta e ammiccante.

Insomma, poteva essere insopportabile, questo film di Luciano Ligabue. Poteva essere fastidioso perlomeno: e invece non lo è.
Non lo è perché ha un regista che tiene i piedi per terra, che magari esagererà in certe scelte formali e si sbizzarrisce in piccoli assoli non sempre coerenti, ma che sa bene quali sono le cose che gli stanno a cuore - e a stargli a cuore sono le persone, quelle persone lì che ha messo dentro il film - e che sa dirigere gli attori in maniera tale da arrivare quasi sempre lì dove vuole arrivare: e dove vuole arrivare è una verità che è relativa al suo racconto, e non assoluta.
Ligabue racconta, illustra, a volte bene a volte male, ma non impartisce lezioni, perché farlo non solo non gli interessa, ma non gli viene proprio spontaneo. E allora le persone di Made in Italy, i suoi personaggi, sono così come li vediamo, sono schietti, ruspanti, e sono sinceri. Sono schietti, ruspanti e sinceri i sentimenti che provano. È schietto e sincero il film che li ospita, come la terra e i luoghi cui sono così legati, e che rispecchiano.

Un film dove ci sta senza stonare che un personaggio sfondi a colpi di mazzetta da cinque chili la macchina dell’amico che gliel’ha fatta sporca, per poi perdonarlo; dove lo stesso personaggio non esita poi a prendere a pugni il collega che la memoria di quell’amico lì l’ha infangata. Un film dove gli amici si parlano quasi solo prendendosi per il culo e giocano a scopa ogni lunedì sera, dove i tradimenti si consumano tra i campi, un film tutto maschile perfino nel suo feticcio sessuale massimo, il pompino, eppure mai maschilista.
Perché quel mondo lì è fatto così, e chi se ne frega se poi, per esigenza di pop corn, ogni tanto si romanza troppo, ci sono troppi spiegoni, o certe scene sono stucchevoli e troppo costruite. Perché alla fine si torna al lambrusco: quello di una battuta tra amici che sdrammatizza tutto, di uno sguardo sincero tra moglie e marito. Di una scena di licenziamento costruita, sì, ma più vera di quelle di tanto cinema italiano di periferie e operai che magari è infiocchettato con l’impegno e l’arte e il realismo, ma tutto sommato è più fasullo di questo qui.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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