Macbeth: la recensione del film con Marion Cotillard e Michael Fassbender

23 maggio 2015
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Una versione della tragedia che ha chiuso il concorso del Festival di Cannes 2015.

Macbeth: la recensione del film con Marion Cotillard e Michael Fassbender

Sarà l’incoscienza del giovane che ha appena realizzato un’opera prima diventata di culto. Sarà il fatto che per adattare il bardo al cinema, se non vi chiamate Kenneth Branagh, può aiutare l’essere del commonwealth, ma dai natali lontani delle Isole britanniche. In ogni caso Justin Kurzel è parsa la scelta migliore per la sfida Macbeth al cinema. Trattandosi della tragedia più breve, diretta e in fondo semplice, può sembrare curioso che una Hollywood in crisi di idee non abbia pensato prima a ripercorrere i territori così brillantemente percorsi da Orson Welles o Roman Polanski. Il compiuto gravoso avrà motivato non poco il giovane regista, che è andato dritto per la sua strada cercando di tornare alla radice più viscerale dell’opera di Shakespeare, quasi come fosse il reboot di un cinecomic.

Tornare alle origini del testo, deve essere il suo mantra, ma così ha riproposto il Macbeth senza saper trovare una sua chiave di lettura. Eppure la storia ha una potenza evocatrice sempre attuale, per come scava nell’animo umano.

La scelta di Michael Fassbender non stupisce, quella di Marion Cotillard per Lady Macbeth, invece, è sicuramente ardita, almeno linguisticamente. Bisogna dire però che il cast, che se la cava egregiamente, in questo film è decisamente sacrificato rispetto a una presenza ingombrante, mai nascosta, della messa in scena. Proprio questa macroscopica differenza rispetto al teatro, in parte legata alla differenza del mezzo espressivo, finisce per segnare il film, drenando via il lato umano. Tra ralenti discutibili e primissimi piani alla ricerca dell’intimismo, l’equilibrio fra dimensione epica e vicinanza emotiva è deludente.

Linguisticamente accurato, Macbeth smussa la violenza di alcuni momenti chiave, salvo insistere visivamente su una cupezza viscerale, devastando le carni dei protagonsiti, diventate altro campo di battaglia. Adam Arkapaw, direttore della fotografia di "True Detective" e del precedente film del regista Snowtown, fa un lavoro insistito nel sottolineare le differenze fra i campi lunghi di una Scozia dal fascino primordiale e gli interni monumentali dei palazzi del potere, spirituale o politico. Non mancano gli steroni sotto forma di filtri e nebbie invasive e insistite.

Sangue rappreso, fango in quantità, Macbeth sembra talvolta la ricostruzione posticcia di una scenografia teatrale, un giocattolo in cui la spettacolarità inseguita da Kurzel soffoca i mezzi toni, le ambiguità shakespeariane. Ne soffrono anche i due protagonisti, inseriti in un contesto comunitario molto più articolato rispetto alla tragedia, approfittando delle maggiori possibilità concesse dal cinema.





  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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