Ma Loute: la recensione del film di Bruno Dumont in concorso al Festival di Cannes 2016

13 maggio 2016
3.5 di 5
85

Dopo P'tit Quinquin, il regista francese prosegue sulla strada della comicità stralunata e demenziale.

Ma Loute: la recensione del film di Bruno Dumont in concorso al Festival di Cannes 2016

Nel mondo di Ma Loute, che è quello della Côte d’Opale degli anni Dieci del Novecento, e che è un mondo tutto folle e scardinato, nato dalla fantasia irregolare di Bruno Dumont, ci sono due famiglie.
Da un lato i ricchi e aristocratici Van Peteghem, che hanno lì una villa in stile egiziano-tolemaico dove vanno a trascorrere le vacanze, e che sono tarati - nel corpo o nella mente - da anni di accoppiamenti tra consanguinei, “perché tra industriali si usa così”.
Dall'altro ci sono i ruvidi e famelici Brufort, un tempo pescatori, ora traghettatori - in braccio o in barca, dipende dalla marea - di ricchi borghesi in vacanza da un lato all'altro della baia, con un capofamiglia noto come “L'Eterno”, per i tanti salvataggi in mare di gente che pareva condannata a perire tra i flutti.
In mezzo, i due rampolli: l'estroversa Billie, ragazza che si veste da ragazzo (ma magari è vero il contrario), e il silenzioso Ma Loute, che s'innamorano. E, sempre in mezzo, o meglio di lato, un improbabilissimo investigatore obeso e il suo vice, che indagano su una serie di misteriose sparizioni avvenute nella zona.

Ringalluzzito dal successo dello straordinario P'tit Quinquin, Dumont ha voluto procedere sulla stessa strada: quella di un cinema che non ha paura della comicità più surreale e demenziale, dell'affresco corale di un'umanità che può essere splendida e mostruosa al tempo stesso, di personaggi talmente deviati e devianti, talmente improbabili, da risultare spesso irresistibili.
Come nella miniserie di due anni fa, Dumont nasconde dramma e tragedia sotto la coperta della comicità, ma rispetto ad allora appare meno pensoso, meno incline a illuminare davvero le ombre della natura umana, e più propenso a una surrealtà metafisica che è quella porta alcuni suoi personaggi, letteralmente, a spiccare il volo. E se nel segreto brutale di Brufort c'è il germe del crudo e sanguinoso verismo di Zola portato al parossismo, è lo spirito di un Magritte che pare aleggiare sul il racconto di Ma Lute e permearne ogni pagina.

Anarchico e iconoclasta, anche nei confronti di tutto un immaginario culturale francese legato alle zone atlantiche del nord, Dumont esagera, volutamente; va spesso sopra le righe in maniera magari discutibile (come nel caso della caratterizzazione dei Van Peteghem, e nella recitazione di Fabrice Luchini e Juliette Binoche, tanto da sembrare anche loro vittime di iconoclastia), ma con una incoscienza talmente libera e spericolata da sorprendere e spingere al sorriso.
Meno disteso, meno complesso, e nel complesso meno compiuto di P'tit Quinquin (rispetto al quale ha più l'aspetto di una farsa), Ma Loute è comunque un film sorprendente, spiazzante, divertente. Che non manca, nei suoi placidi interrogativi, nelle malsane invenzioni, nelle sue interruzioni e nei suoi voli senza spiegazioni, di suscitare anche un filo di sottile inquietudine che rende tutto più ambiguo e più intenso.

Non c'è invertimento di ruoli, né risoluzione del giallo, nel film di Dumont. Tanto gli inconsistenti ed eterei Van Peteghem quanto i terrigni e ferini Brufort mantengono le loro storture, le loro diversità, le proprie tare.
L'unione e l'incontro, quello tra Ma Loute e Billie, rimane impossibile e incompiuto, per quanto anelato, abbandonato con un po' di malinconia (ma non troppa) da due giovani amanti che si sono rivelati i propri segreti e che sono rimasti delusi l'uno dall'altra. Loro si sono salvati una volta, in mare, in una scena bellissima che invece guarda alla pittura del romanticismo, per il solito intervento della Grazia tanto cara al regista: ma per il resto, per il dopo, non si salva nessuno, condannati tutti a rimanere dove sono.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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