Love Means Zero: recensione del documentario sul coach di tennis Nick Bollettieri visto alla Festa di Roma 2017

30 ottobre 2017
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Rapporto contrastato il suo con la sua creatura Andre Agassi.

Love Means Zero: recensione del documentario sul coach di tennis Nick Bollettieri visto alla Festa di Roma 2017

Il tennis è protagonista in questa stagione anche nel documentario, non solo nel cinema narrativo, con il ritratto di uno dei giù controversi ma importanti allenatori della storia recente di questo sport. Nick Bollettieri, origini italiane, applicò dagli anni ‘80 il fordismo a uno sport per molti versi ancora rimasto ancorato al bel gesto, al talento e a un utilizzo limitato della tecnologia; le racchette avevano  abbandonato da poco il legno per altri materiali più leggeri e funzionali. Interruppe una lunga tradizione di coach ex giocatori: “non ha mai vinto una partita”, come racconta ora il documentario Love Means Zero di Jason Kohn.

Il protagonista ha accettato di parlare per la sua “legacy”, per salvaguardare il lascito alle generazioni future del suo operato e della sua immagine; tipica preoccupazione di un signore arrivato a 86 anni e accompagnato da critiche e un immagine pubblica non proprio candida. Kohn ce lo mostra mentre parla delle sue intenzioni, ora che i momenti d’oro sono passati e la sua proverbiale Academy in Florida ha smesso di fabbricare giocatori, schiacciata dal peso economico di otto matrimoni falliti.

Per lui è anche occasione per rispondere pubblicamente a quanto Agassi ha scritto nel suo ottimo libro Open, dove aveva usato parole di odio più che amore nei confronti dell’allenatore che l’ha letteralmente plasmato. Bollettieri non si è mai risparmiato le maniere forti con i giovani, talvolta giovanissimi, giocatori che addestrava con brutalità allontandoli dai genitori per puntare sulla forza bruta, sul fisico. Con lui e con i suoi allievi, il tennis ha definitivamente abbandonato il colpo di talento per quello muscolare, niente più avanzamenti a rete, ma attacco da fondo campo, con uso esclusivo del top spin, effetto che ha ormai omologato il tennis. Apparso dal nulla, tanto che neanche i suoi collaboratori più stretti nel film sanno dire cosa abbia fatto nei primi 40 anni della sua vita, ha allenato generazioni di campioni, a partire da Agassi, il suo vero trionfo, oltre a Jim Courier, vincitore del Roland Garros nonostante un talento molto limitato, Monica Seles, Mary Pierce, Tommy Haas, e in tempi più recenti Maria Sharapova o la nostra lottatrice Sara Errani.

Per molti anni è sembrato che chiunque potesse diventare un professionista di livello, se non addirittura un vincitore di Slam, fidando solo sul lavoro e sul metodo Bollettieri. Ricordate il look stravagante del primo Agassi? Il suo coach non era da meno: spesso a torso nudo, pantaloncini e magliette dai colori sgargianti e un’abbronzatura perenne a fare pubblicità alla sua Academy in riva al mare dell’Orange State.

Kohn si concentra sulla rievocazione del rapporto con Agassi, sulla rottura e sul tentativo recente di recuperare il rapporto, con una lettera a cui l’autore di Open non ha però mai risposto. Non che il padre sia meglio trattato in quelle pagine, conferma della particolare pressione psicologica che il tennis richiede ad alto livello, testimoniato da una serie quasi infinita di genitori ingombranti, ossessionati dal successo del figlio, e magari dal fallimento proprio, che hanno violato il silenzio e il galateo del nobile sport fra spalti e campo da gioco.

Boillettieri è un Icaro spinto per la sua brama di grandezza troppo vicino al sole, e di questa figura a suo modo affascinante Love Means Zero regala un ritratto parziale, ma appassionante.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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