Love, Antosha Recensione

Titolo originale: Love, Antosha

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Love, Antosha: il ritratto toccante del predestinato Anton Yelchin

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Love, Antosha: il ritratto toccante del predestinato Anton Yelchin

“Quanta follia e bellezza c’è nel fatto che cento e più persone lavorino al massimo delle loro possibilità per girare un’inquadratura”. È per questo che sono bastati pochi anni da bambino ad Anton Yelchin per dire all’adorata madre, con tono per una volta molto serio, ‘voglio fare questo, voglio fare il cinema”. I genitori hanno sempre assecondato questa passione, dimostrata dai tanti filmati girati da quando iniziò a parlare. Per loro sarebbe stato una specie di sogno americano trasmesso anche al figlio, cresciuto a Los Angeles, senza il loro accento di ebrei russi emigrati da Leningrado quando l’antisemitismo da quelle parte iniziò a farsi fastidioso. 

Erano due campioni di pattinaggio su ghiaccio della vecchia Unione Sovietica, Irina Korina e Viktor Yelchin, partiti senza parlare una parola d’inglese, in una terra sconosciuta in cui far crescere il loro unico figlio. Il padre non era stato cresciuto con la licenza di commuoversi, ma quando si è trovato in braccia Anton di pochi mesi, il 13 settembre 1989, appena arrivato sull’agognato suolo americano, non ce l’ha proprio fatto a trattenersi. Lo dice lui stesso, intervistato insieme alla moglie e a tanti amici e colleghi del figlio nel documentario di Garret PriceLove, Antosha, affettuoso modo di concludere le mail che Anton mandava alla madre. 

Normalmente non avrebbe molto senso un documentario su un attore così giovane, seppure dal grande talento da predestinato, se non fosse che nel 2016 morì in un incidente tragicamente grottesco sul vialetto di casa, schiacciato fra la sua jeep e il cancello, a causa di un difetto di fabbricazione del suo modello di macchina, poi ritirato dal commercio insieme a migliaia di altre.
Invece Love, Antosha esiste, è stato voluto dalla famiglia e diretto da Garret Price, presentato al Sundance e in questi giorni al Biografilm Festival di Bologna. E, a dirla tutta, è uno dei più commoventi e sinceri documentari che abbiamo visto quest’anno. Il perché è semplice: Anton Yelchin, senza retorica da omaggio postumo, era un attore e una persona speciale, irrequieto e vorace, un’anima sempre in cerca di cose nuove da imparare. Un giovane vecchio, per certi versi, nonostante fosse quasi sempre il più piccolo su ogni set. “He was an old soul”, lo definisce nel film Martin Landau, di 61 anni più anziano, con cui aveva condiviso un set; “siamo diventati amici parlando per tre o quattro ore della vita”. 

Il viso d’angelo di un bambino adorabile cresciuto con un’infanzia serena, circondato dall’amore dei genitori e da tanti amici e vicini nei giardini delle case suburbane della San Fernando Valley, appena a nord di Los Angeles. Presto, però, i genitori scoprirono perché ci metteva così tanto a superare anche un semplice raffreddore. Qualche esame e il responso terribile: Anton aveva la fibrosi cistica, la malattia genetica ereditaria mortale più diffusa in occidente. Incurabile e irreversibile furono le sole parole che rimasero in testa a Irina e Viktor, quanto tornarono a casa dopo il responso medico. Per anni non dissero niente al bambino - “troppo sensibile” -, se non che doveva stare attento alla salute e fare degli esercizi, mentre cercavano di abituarsi all’idea contro natura di sopravvivere al proprio figlio. L’età media raggiunta dai malati di fibrosi cistica negli Stati Uniti, infatti, è intorno ai 37 anni. Gli dissero la verità solo quando era diventato un adolescente apparentemente sano, sempre in attività, nonostante una frequente tosse. “Recitare è la migliore medicina per lui”, secondo la madre Irina.

E la recitazione ha fatto parte fin da piccolo della vita quotidiana di Anton, già in lacrime irrefrenabili sul set di un episodio di E.R., a 11 anni. I primi gusti infantili, da Space Jam al mito per Schwarzy, si evolvono con la visione, prima con il padre e la madre e poi da solo, di tanti classici del passato, remoto o più recente. Presto diventa sui set una presenza continua, così lo raccontano attori e colleghi nel documentario, sempre curioso a fare domande, per comporre i pezzi di quello che stava facendo, non limitandosi al suo ruolo. Le sue sceneggiature, mostrate come tanto materiale fornito dalla famiglia, sono piene di commenti e considerazioni mai banali. Teneva anche un diario di riflessioni, letto fuori campo da Nicolas Cage, con la voce talvolta rotta dall’emozione.

Love, Antosha dà modo anche a noi spettatori di comporre il puzzle della sua carriera, di renderci conto di quanti film abbia fatto in così pochi anni, di quante attrici e attori della sua e delle precedenti generazioni si erano affezionati a lui. Nomi come Jennifer Lawrence, Ben Foster, Chris Pine, Zoe Saldana, Bryce Dallas Howard, Felicity Jones, o Kristen Stewart, che per la prima volta ha parlato di lui dopo la sua morte, ricordando come le “abbia spezzato il cuore” da quattordicenne, conquistata da quel ragazzo, un anno più grande e già pieno di curiosità e con gusti musicali, letterari o cinematografici sempre più interessanti; “un vero stimolo, ma non potevo competere”. Fra tante colleghe che lo adoravano, si conosce un solo rapporto serio, finito “perché eravamo troppo giovani”, come dice nel film la sua partner. Per la prima volta Anton Yelchin provò la sensazione di avere il cuore a pezzi per amore. Tanto che chiamò la Stewart, dicendole: "quella cosa che avevi provato tu, quando eravamo ragazzini, ora la capisco, scusami tanto”.

Amici che in molti casi non sapevano l’unica cosa che Yelchin, sempre onesto e aperto, nascondeva: la sua malattia. Come dice un amico d’infanzia, “doveva ogni giorno fare esercizi con una macchina per un paio d’ore, prima di iniziare la giornata. È pazzesco che la gente inizi a saperlo solo oggi”. Si sentiva come Travis Bickle (De Niro in Taxi Driver), uno dei suoi personaggi preferiti del pantheon cinematografico, nonostante l’amore che lo circondava. Ma la sua voglia di esprimersi e mettersi alla prova non poteva fermarsi alla recitazione, tanto che iniziò a suonare la chitarra e a cantare, con la sua voce roca e un po’ grunge, prima di girare nella Los Angeles più cupa per scattare foto particolari, spesso a sfondo sessuale.
Aveva anche messo su una band con amici d’infanzia, con cui suonava spesso la domenica notte, ultimo turno, dalle undici all’una. Dove? Proprio sul palco di quel Viper Room in cui tragicamente perse la vita un’altra anima bulimica di esperienze come River Phoenix, morto a 25 anni, due anni prima di Anton. Non fu facile per lui vivere negli anni la pressione della popolarità, dei paparazzi, “e fare il cinema che vuoi fare senza accettare compromessi”. 

Il futuro lo avrebbe portato presto a dirigere film in prima persona, i suoi amici ne sono certi, vista la voracità irrefrenabile con cui combatteva contro il tempo, sapendo che prima o poi sarebbe giunto implacabile a chiedergli il conto di tante belle esperienze. 69, fra film e lavori televisivi, in soli 27 anni. Fino a quella morte assurda, per il giovane Cechov degli Star Trek di J.J. Abrams, che con Chris Pine e gli amici di set andava in barca a vela nella baia di Vancouver, dove giravano per mesi lontano dalle famiglie e dai loro cari; Il romantico adolescente del film di culto Like Crazy di Drake Doremus; il vampiro malinconico di Solo gli amanti sopravvivono di Jarmusch; o lo spaesato Charlie Bartlett; e perfino il protagonista, dal cuore infranto per amore, del poco conosciuto gioiello postumo Porto di Gabe Klinger, probabilmente la sua interpretazione più struggente.

Se capitate a Los Angeles, nel cuore di West Hollywood, esattamente accanto ai Paramount Studios con il loro mitico cancello, e vi farete convincere dai tour organizzati o dai volantini tutti colorati che illustrano le tombe dei grandi divi del cinema a entrare all’Hollywood Forever Cemetery, passate a fare un saluto anche a lui, non lontano da Rodolfo Valentino, Tyrone Power, John Huston, Judy Garland, o da un altro grande talento come Chris Cornell. C’è una statua sulla sua tomba, non proprio il massimo della raffinatezza, va detto, ma viene pulita ogni giorno dai genitori di Anton, Viktor e Irina, i pattinatori immigrati da Leningrado. 

Love, Antosha è un documentario che ricorda con abilità e commovente tenerezza, ma senza facili scorciatoie retoriche, il breve, ma significativo passaggio su questo pianeta di Anton Yelchin, un’anima fragile e piena di talento.

Love, Antosha
Il Trailer Ufficiale del Film - HD
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Mauro Donzelli
  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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