Love & Mercy - la recensione del biopic su Brian Wilson presentato alla Berlinale 2015

08 febbraio 2015
3.5 di 5
3

Il racconto della vita travagliata del leader dei Beach Boys.

Love & Mercy - la recensione del biopic su Brian Wilson presentato alla Berlinale 2015

Ray Charles, Johnny Cash, Jim Morrison, Charlie Parker, Ian Curtis. A modo loro, perfino John Lennon e Kurt Cobain.
È davvero lunga la lista dei nomi più importanti della musica del Ventesimo secolo cui il cinema, perlopiù americano, ha voluto tributare un film biografico.
E a questa lista si deve ora aggiungere il Love & Mercy che, prendendo il titolo dal brano che apriva il suo omonimo album solista, omaggia un vero e proprio genio, spesso ingiustamente in secondo piano rispetto a nomi fin qui citati e non solo: Brian Wilson.

Wilson, classe 1942, è stato il co-fondatore e leader dei Beach Boys, di cui era l'anima artistica e compositiva: per farla breve, è l'uomo che ha ideato, composto e prodotto uno dei più importanti e influenti album di tutti i tempi, il capolavoro "Pet Sounds".
Quello che è forse meno noto è che Wilson ha avuto, fin dai tempi di quell'album, e ancora precedentemente, una storia personale molto travagliata fatta di crescenti disturbi mentali che sconfinavano nella paranoia e nella schizofrenia, aggravati dall'uso di droghe.

Come ogni biopic che si rispetti, anche il Love & Mercy diretto da Bill Pohlad e co-sceneggiato da Oren Moverman, intreccia senza soluzione di continuità la straordinaria vena artistica del suo protagonista con i suoi problemi personali, aggiungendo alla struttura un doppio binario temporale che si alterna e si accavalla: il primo racconta il Wilson degli anni attorno a "Pet Sounds", facendolo interpretare a Paul Dano; il secondo il Wilson col volto di John Cusack e dipendente dal controverso psichiatra Eugene Landy a cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta. Questi ultimi, gli anni dell'incontro dell'artista con la donna che diverrà la sua seconda moglie e che lo libererà dal giogo manipolatorio di Landy.

Pohlad gioca non senza ambizione con l'alternanza tra i due piani temporali, arrivando a tentare sovrapposizioni visionarie, cercando una chiave identitaria forte per un film che comunque non lesina di mettere in gioco tutti gli episodi più noti e bizzarri della storia di Wilson: dalle fobie agli esperimenti con l'LSD, fino al pianoforte piazzato sulla sabbia in casa e la famosa incisione di "Fire" (un segmento perduto di una suite destinata alla versione originaria di "Smile", il disco che Wilson pubblicò poi solo nel 2004) nel quale l'artista impose a tutti i musicisti d'indossare elmetti dei pompieri.

Per certi versi, quindi, l'hollywoodiano Love & Mercy non si differenzia poi molto dai tanti biopic-bignami e vagamente retorici dedicati a musicisti e artisti vari. E però la particolarità della storia di Wilson, lontano dal maledettismo autodistruttivo delle rockstar, più vicino alle follie dei geni della matematica (che con la musica ha molto a che fare), regala sfumature diverse al film di Pohlad. Anche aiutato dalla interpretazione di Dano, il cui talento si conferma, nettamente migliore di quella di un Cusack vagamente fuori parte.
Il film, allora, è un prodotto industriale piuttosto standardizzato, diretto da un regista che non è forse un fulmine di guerra, nelle cui crepe irregolari è però possibile rintracciare dell'emozione e della commozione sincere: ma forse questo è solo il giudizio di qualcuno che, per Wilson e la sua musica, ha sempre avuto passione e grande rispetto.
 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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