Locke - la recensione del film con Tom Hardy

28 aprile 2014
4 di 5
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Ottime regia, sceneggiatura, interpretazione: ma ancor di più il senso morale di un film teso e coinvolgente.

Locke - la recensione del film con Tom Hardy

Certo, conta.
Che Locke sia un film curatissimo da un punto di vista tecnico e artistico conta.
Contano la sua capacità di tenere la tensione per 85 minuti raccontando una storia in tempo quasi reale; una sceneggiatura fluida e minuziosa; la capacità di essere dinamico e nervosamente mobile sebbene tutto ambientato nell’abitacolo di un auto; il fatto che Tom Hardy dia vita ad un one man show attoriale di livello elevatissimo, dialogando con gli altri solo attraverso il telefono o monologando con sé stesso e i suoi fantasmi. 

Ecco, tutto questo conta, anche tantissimo, ma in un film come Locke è destinato a passare inevitabilmente, paradossalmente in secondo piano, schiacciato da quello che Steven Knight ci vuole sbattere davanti agli occhi senza volontà predicatorie o sermoni dall’alto.
Perché Locke parla della fondamentale, fondativa importanza di recuperare, oggi, il senso di responsabilità, di assumersi il peso delle conseguenze delle proprie scelte, delle proprie azioni e dei propri errori.

Essere responsabili come Ivan Locke non è facile: anzi, è difficilissimo. Eppure è inevitabile e fattibile, semplice come girare da una parte invece che dall’altra ad un incrocio. Così comincia il film di Knight, con la scelta del suo protagonista di mettere in gioco tutta la sua vita, il suo lavoro e la sua famiglia, per farsi carico di ciò che è giusto che lui faccia, senza abbandonare nessuno, facendosi in quattro, sacrificandosi per cercare di rimettere le cose a posto da una parte, far procedere tutto come secondo i piani da un’altra, limitando i danni da un’altra.

Per star vicino alla donna, sola e sostanzialmente sconosciuta, che sta per avere un figlio da lui, Ivan Locke non torna a casa dove l’aspetta una famiglia ignara di tutto e che non reagirà certo bene, e non si presenterà al mattino nel cantiere dove lavora, per supervisionare la colata di calcestruzzo più grande d’Europa e più importante per la sua carriera, pur gestendo ogni aspetto del lavoro a distanza.
Lo fa perché è giusto, perché di quel figlio imprevisto si deve assumere la responsabilità , perché il suo futuro con la sua famiglia sarebbe stato minato dalla menzogna ancor più che dalla sconvolgente verità, perché affinché le fondamenta della nostra vita siano solide, ai nostri impegni dobbiamo fare fronte, senza fuggire da nulla, senza voltare le spalle a nulla e a nessuno.

Profondamente morale, ma mai moralista, etico eppure avvincente come un thriller, Locke non porta mai all’esasperazione la spinta calvinista che lo anima, non rendendola mai quindi respingente. E non ha la presunzione di offrire facili ricette, soluzioni, scappatoie o scorciatoie.
L’ultimo tratto di strada, Ivan lo farà da solo, senza noi a guardarlo: perché quello che accadrà, e come avrà affrontato il futuro dopo la rifondazione di nuove fondamenta, riguarda lui. A noi riguarda che abbia messo la freccia dalla parte opposta alla comodità e all’opportunismo all’inizio, e ci abbia mostrato come prendere una strada nuova, la strada giusta, sia sempre possibile.
È una questione di scelte.

 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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