Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet - la recensione del film di Jean-Pierre Jeunet

17 ottobre 2014
2.5 di 5
6

Presentato al Festival di Roma nella sezione Alice nella Città

Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet - la recensione del film di Jean-Pierre Jeunet

Il registro autoriale di Jean-Pierre Jeunet - anche quando si è cimentato col dramma storico o con la commedia acida e satirica - è sempre stato, piuttosto riconoscibilmente, quello della fiaba. E allora ben venga, perlomeno per una questione di onestà intellettuale, che il francese questo registro lo adotti senza sconti, e senza cercare di nobilitare la sua sensibilità felicemente infantile con la fastidiosa serie di vezzi pseudo-adulti e para-nouvellevaguiani di Amélie.
E Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet, in tutta la sua ingenuità, nell'accumulo un po' stantio di buoni sentimenti, nella sua dimensione bambinesca e nella prospettiva mai adulta, è il suo film forse più schietto e meno filtrato (perlomeno dai tempi di Delicatessen).

La favola in questione è quella di un bambino di 10 anni, il T.S. del titolo, un piccolo genio introverso calato all'interno di una famiglia bizzarra (padre cowboy vecchio stampo, madre entomologa dilettante, sorella con ambizioni di celebrità) e gravato dal peso della morte accidentale del gemello, di cui è stato incolpevole testimone e forse corresponsabile. La favola di un premio assegnatogli dallo Smithsonian Institute per una sua brillante invenzione di una macchina a moto perpetuo, e del viaggio solitario e segreto che intraprende dal ranch del Montana dove vive fino a Washingon D.C., lontano da quel nucleo casalingo che sembra ignorarlo e non comprenderlo.

Coloratissimo, fantasioso e barocco come al solito, Jeunet traduce in immagini fin troppo artefatte la fantasia di un bambino fragile e solitario, dalle doti straordinarie ma dall'ordinarissimo bisogno d'amore e d'attenzione. Se nel racconto del suo viaggio realizza un affresco cartolinesco ma efficace dei grandi spazi americani e delle sue metropoli, l'attenzione è sempre fissata sulle malinconie del suo protagonista, più che sulle sue speranze.
Peccato, però, che il dolore sordo di T.S. faccia spesso fatica a emergere e arrivare fino allo spettatore, a bucare la calda e dolce glassa di una fotografia dove i colori pastello dominano saturi all'inverosimile, infondendo al tutto un look cartoonesco che, però, ne limita il potenziale emotivo.

È solo in un finale che ha il pregio della sobrietà e della leggerezza, in un ricongiungimento familiare che ha il tono di un nuovo e definitivo riconoscimento, che l'emotività del film di Jeunet trova, per qualche istante, il giusto spazio: giusto per una favola di bambini e per bambini che deve quindi essere, alla fine, accogliente e rassicurante nel superamento dei mali e dei lutti. Perché l'unico vero moto perpetuo sia quello del battito di un cuore.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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