Lo Spietato Recensione

Titolo originale: Lo spietato

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Lo Spietato: recensione del film "gangster comedy" con Riccardo Scamarcio diretto da Renato De Maria

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Lo Spietato: recensione del film "gangster comedy" con Riccardo Scamarcio diretto da Renato De Maria

La prima cosa che noti, nel nuovo film di Renato De Maria, sono le macchine. Che sono tantissime, e sono centrali.
Un po' perché, in un film che racconta dell'ascesa (e della caduta) di un malavitoso che agisce con la mentalità del capitalista - seguendo la logica spietata dell'analisi dei costi e dei benefici, dei profitti e delle perdite, e facendo fuori persone come fossero esuberi, seguendo la legge del mercato - l'automobile è comunque prima di tutto status symbol. E poi perché questo è comunque un film d'azione, che non si fa mancare l'immancabile scena inseguimento, tra le stradine di Meda.
Si parte con una Lamborghini Diablo gialla, quando il film si apre raccontando il 1990, e si prosegue tornando indietro: prima il 1967, poi il '78, e l'81, l'84, fino a tornare al punto di partenza. E allora via di Alfette, Fiat 125, e poi Citroen CX e BMW 320 prima serie, e ancora Ferrari 308 GTB, Volvo Coupé, Porsche 928, la Mini classica, Mercedes SLK e Delta Intergali, fino a tornare alla Lambo.

Non c'è dubbio che De Maria e i suoi si siano divertiti molto a rimettere in scena l'Italia degli anni Settanta e Ottanta, e non solo con le auto, mettendo in parallelo la storia dello Spietato, Santo Russo, con quella del paese, o perlomeno di Milano. Come lui da piccolo malavitoso di Buccinasco diventa un imprenditore del crimine, e dalle rapine e i rapimenti passa all'edilizia e al traffico di droga, così l'Italia esce dalla ruvidezza ruspante degli anni di piombo per inseguire il sogno edonista del decennio craxiano.
Non che Lo Spietato sia un film dalle ambizioni sociologiche, intendiamoci: più che guardare al suo La prima linea, che raccontava il terrorismo, De Maria sembra voler intingere una gangster story ruvida e violenta dentro le atmosfere deformate e cartoonesche del suo Paz!, e il risultato è quello di un film che si prende sul serio ma non troppo, che la storia di Santo e delle sue ambizioni la stempera sempre nella commedia e nell'ironia.

Ovvio che il riferimento principale, allora, il calco, è quello di Italian Gangsters, il docu-film che De Maria aveva dedicato con affetto e spensieratezza, ma senza dimenticare i fatti e la cronaca, alla stagione del banditismo italiano, di cui questa storia è un'appendice che guarda dritta alla gloriosa stagione del poliziottesco.
Certo, De Maria non è Fernando Di Leo, e Riccardo Scamarcio non è Gastone Moschin. Ma Lo Spietato è un film dove non solo le auto sono quelle giuste, ma anche le facce, e molte atmosfere sono azzeccate.
Abbastanza irresistibile, tanto per fare esempio, è la presa in giro dei giri artistici milanesi degli anni Ottanta, nei quali il Santo Russo di Scamarcio finisce per colpa di una burrosa e sensuale amante, che poi è Marie-Ange Casta, sorella minore di Laetitia, mentre la moglie Sara Serraiocco, più asciutta e alla fine pure più coriacea, se la vede coi deliri religiosi prima di tramutarsi in una cinica donna di 'ndrangheta.

Tra spari, ammazzamenti, accoppiamenti, minacce e tossici-sommelier della roba (perché se le aziende fanno i focus group per testare i prodotti, perché non dovrebbe farlo chi cucina eroina?), attici vista Duomo e bar della mala dell'hinterland, laddove De Maria non arriva con la regia pura, compensa con la scrittura, e col cast che ha messo assieme. Si è divertito a fare questo film, si vede, aggrappato a quello spirito un po' ruspante e un po' artigianale che gli è sempre stato proprio.
E che in fondo è anche quello di Santo, nonostante le arie che tenta di darsi.

Lo Spietato
Il Trailer Ufficiale del Film - HD
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Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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