Lo sguardo di Satana - Carrie: la recensione del film

13 gennaio 2014
2.5 di 5

Un remake onesto e senza infamie ma privo di reale senso nel presente in cui è nato.

Lo sguardo di Satana - Carrie: la recensione del film

Quando nel 1976 Brian De Palma portò per la prima volta al cinema una storia di Stephen King, adattando per il grande schermo il romanzo d’esordio dello scrittore, il film uscì nelle sale italiane con il titolo Carrie - Lo sguardo di Satana. Oggi il remake, o se volete il nuovo adattamento, viene presentato col titolo Lo sguardo di Satana - Carrie.
Cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia?

Doveva essere questa basilare nozione artimetica alla base delle speranze degli autori del film, convinti che bastasse rimescolare appena le carte, rifargli il look in chiave contemporanea, ricoprire il tutto con una patina leggera e semi-trasparente di femminismo 2.0 e aggrapparsi alle travi portanti che gli pre-esistevano per rimanere agli stessi livelli dell’originale.
E allora, il risultato dell’equazione del film diretto da Kimberly Peirce sarà anche simile a quello di De Palma in freddi termini aritmetici (il confronto artistico, perdonate, non lo mettiamo nemmeno in conto), ma a distanza di quasi quarant’anni appare insufficiente e svalutato, ché l’inflazione è galoppata, l’economia del cinema e della società si è trasformata.

Insomma. Difetti oggettivi, questo nuovo Carrie non ne ha. Esteticamente non ha grandi pecche.
La Peirce fa il suo dovere dignitosamente, ammicca furbamente alla serie degli X-Men (e soprattutto a X-Men: First Class) per quanto riguarda la messa in scena delle capacità telecinetiche della sua protagonista, piazza in apertura una scena più personale (perché entra nello specifico femmineo, e così sarebbe stato per un finale alternativo purtroppo scartato al montaggio) e nel mezzo sembra ricalcare senza troppi fronzoli né abbellimenti quanto fatto dal suo predecessore.

E allora?
E allora il problema vero de Le sguardo di Satana - Carrie non è la mancanza di una vera personalità o di una qualsiasi forma d’inventiva: il problema è che è un film senza alcun reale aggancio col presente in cui è calato, incapace d’instaurare una dialettica culturale o sociale col mondo in cui è nato. Di consequenza, non turba e non perturba, limitandosi a riflessioni oziose e di sociologua spicciola sul bullismo scolastico, i video su youTube, la solitudine degli adolescenti in un mondo d’adulti inetti o scriteriati

Tutto qui. Chi si acconterà lo potrà fare a buon diritto nel nome dell’intrattenimento, ma lo farà anche a suo rischio e pericolo di un appiattimento che fa rima con la pigrizia mentale.
S’ignori chi parla con superlativi di Chloë Moretz o Julianne Moore (che però è sexy pure sciatta e pazza): la migliore interpretazione del film è quella di Judy Greer. Mentre il personaggio più interessante è quello della Chris di Portia Doubleday: nella sua pura dedizione al male è l’elemento che spicca in un contesto omogeneizzato per assecondare il palato dei più.

 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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