Lezione ventuno - recensione del film diretto da Alessandro Baricco

16 ottobre 2008

Al lungo elenco degli esordi alla regia si aggiunge ora quello dello scrittore Alessandro Baricco, che unisce la sua passione per il cinema con quella per la musica. Lezione ventuno è un film stralunato, coraggioso, che ha evitato i rischi di un grande festival come Venezia per una presentazione più in tono minore nella generosa Locarn...

Lezione ventuno - recensione del film diretto da Alessandro Baricco

Lezione ventuno - la recensione

Nel corso della sua carriera i romanzi di Alessandro Baricco hanno avuto un rapporto quantomeno alterno con il cinema, di successo, con La leggenda del pianista sull’oceano di Tornatore, a dir poco deludente per il recente Seta. Per quanto riguarda Lezione ventuno la nuova scommessa dello scrittore torinese è quella del passaggio dietro la macchina da presa. Avevo onestamente delle preoccupazioni legate al risultato finale che però sono state fugate da un film che per ora è una delle poche sorprese piacevoli italiane di questo inizio stagione.

Saggia la scelta di non adattare un suo romanzo, ma di scrivere un lavoro originale direttamente pensato per il grande schermo. Si tratta della rievocazione della lezione 21 del titolo tenuta dal professor Mondrian Kilroy (già protagonista di City), interpretato da John Hurt, da parte di una studentessa (Leonor Watling). Kilroy è uno studioso che si è specializzato nell’individuare le opere più sopravvalutate della storia dell’ingegno artistico umano (ne ha individuate per l’esattezza 141). Nella lezione ventuno racconta la genesi della sopravvalutata Nona Sinfonia di Beethoven. Insomma si permette di mettere in discussione uno dei capisaldi intoccabili della cultura mondiale. Nel rievocare questi eventi si parte dalla figura di un giovane violinista, ritrovato morto nel 1824 in un lago fuori Vienna, dal nome Hans Peters, interpretato da un convincente e stralunato Noah Taylor. Una storia che si compone di molte vicende e soprattutto molti punti di vista diversi, raggruppati in maniera “acrobatica” e coraggiosa.

Ne viene fuori solo parzialmente un film sulla musica (per fortuna non si abusa di tromboni e cori della Nona), non certo un film biografico sul musicista tedesco, che si vede solo per pochi secondi di spalle, ma piuttosto uno sguardo sulla vecchiaia, sulla bellezza perduta per sempre, sull’aggrapparsi ai ricordi e alla voglia disperata di scorgere ancora, magari solo per un attimo, un momento ancora di gioia, di bellezza. In questo si può capire la profonda ossessione dell’anziano professore per il vecchio musicista, in là con gli anni, oramai sordo e da anni orfano di grandi successi. Sono questi i momenti in cui il film riesce meglio, meno calibrato è sicuramente la cornice narrativa con lo scontato rapporto speciale fra maestro e allieva.

Interessante inoltre è l’analisi di cosa sia un capolavoro, o meglio di cosa sia percepito come tale, non solo da una elite, ma dalla società in senso più ampio. È possibile mettere in discussione un opera come la Nona Sinfonia di Beethoven? Sarà poi vero, come la vulgata ci ha trasmesso, che la prima esecuzione fu un grandissimo successo, con i fazzoletti bianchi sventolati per far cogliere l’entusiasmo del pubblico al sordo Beethoven?

Va dato merito poi al regista e al produttore, il “solito” Domenico Procacci, di aver realizzato un prodotto ben curato con un cast convincente e una attenzione alla cura formale non frequente nel nostro cinema. È ambizioso, Lezione ventuno, e non è esente da pecche e da alcuni momenti in cui Baricco si specchia troppo nella sua capacità affabulatoria, ma i 90 minuti si seguono con partecipazione crescente fino a giungere ad una conclusione emozionante, anche se viziata da troppi finali.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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