Les Souvenirs: la recensione della commedia nostalgica francese

15 aprile 2016
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Tre generazioni alle prese con la nostalgia, i ricordi e la fiducia nel futuro.

Les Souvenirs: la recensione della commedia nostalgica francese

Tre generazioni, una famiglia, e il loro rapporto con il tempo. È questo il punto di partenza di un film che fin dal titolo, Les Souvenirs, i ricordi, chiarisce l'ambito della sua parabola. Inizia e finisce con un funerale, tappa definitiva e inevitabile del rapporto dell'uomo con il tempo, così come occasione per sensibilizzare la memoria, per rievocare chi muore attraverso i ricordi personali. Romain è il solo che si guarda spaurito in avanti, non solo all'indietro, nutrendosi della dolce e spensierata saggezza della nonna, appena diventata vedova a 85 anni passati. Talmente in balia di qualcosa che non sa se riuscirà a riconoscere che studia Lettere, stupendosi quando gli altri gli dicono: allora vuoi fare lo scrittore. Cosa potrà mai scrivere se ancora non ha incontrato una donna di cui innamorarsi? Ci prova facendo il portiere di notte in un albergo, ma anche lì di movimento ce n’è molto poco. Tanto lui si aggira inconsapevole, quanto il suo coinquilino pianifica con spietata disciplina la seduzione di una ragazza, praticamente una qualsiasi, rappresentando una gustosa distensione comica nel corpus riflessivo che caratterizza Les Souvenirs.

Per Romain la vita è paura dell'ignoto, non rimpianto del ben noto. Proprio per questo il suo rapporto con la nonna è così speciale, ben diverso da quello che mantiene il padre, in piena depressione di mezza età; mai un sorriso, sempre il ghigno appeso, reso con la consueta abilità da Michel Blanc.

La commedia di Jean-Paul Rouve è un piccolo film che sceglie la semplicità per veicolare temi e situazioni comuni a tutti noi: inutile cercare sofisticazione o originalità. Volti comuni, nevrosi e speranze che sono le nostre, così come le delusioni, insieme a una cronica incapacità dei figli a comunicare con una madre molto più giovanile di loro, senza tabù, pronta a un’ultima fuga quando viene messa in una casa di riposo dai figli. Ovviamente una fuga all’indietro, per ricucire i fili di un’infanzia troncata da un’altra fuga, quella che la portò con la famiglia dal paese natale in Normandia a Parigi, come profuga di guerra. Per l’occasione, confidando sulla sintonia emotiva del fidato nipote, si risiederà sui banchi della scuola elementare per condividere con un’ulteriore generazione, la quarta, la vita di una donna, di una testimone come tante, di un’epoca in cui c’era sì l’elettricità, ma di certo non la playstation. Come dire, dialogare con qualcuno - i bambini di una scuola - che non si pone filtri nel domandare le cose, con una purezza che diventa anche spietata analisi di quello che vede con i propri occhi.

Non dimentichiamoci, visto che siamo in tema, della generazione di mezzo, quella del padre, ma soprattutto della moglie che non sopporta più la sua passività ostentata a unico ritmo esistenziale. Cerca di scuoterlo giocando alla Milf, per fortuna solo a parole, in un gradevole viaggio nello scorrere del tempo di una famiglia come tante altre, sincopato e imperfetto oscillare fra ricordi e incognito, in cui il senso di appartenenza, di famiglia, è legato allo scuotersi reciprocamente quando serve, per superare una fragilità costitutiva e fare un passo avanti, per piccolo che sia.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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