Les Beaux Jours d'Aranjuez: recensione del film francese di Wim Wenders

01 settembre 2016
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Un dialogo in giardino fra un uomo e una donna scritto da Peter Handke.

Les Beaux Jours d'Aranjuez: recensione del film francese di Wim Wenders

Wim Wenders continua a raccontare il tempo e il suo accanirsi sui rapporti fra esseri umani in Les Beaux Jours d’Aranjuez, adattamento di una pièce in francese dell’austriaco Peter Handke, autore e sceneggiatore con cui il regista tedesco ha collaborato varie volte, la più nota delle quali trent’anni fa per Il Cielo sopra Berlino.

Sulle note di Perfect Day di Lou Reed lasciamo il centro di Parigi sospeso in un silenzio estivo, senza nessuno in strada, per arrivare in una bella casa di campagna, da cui proviene la canzone. Come un Decameron in cui si sospende la frenesia della vita quotidiana, Wenders e Handke ci portano nella quiete di un giardino, in mezzo alla natura, in un contesto che Eric Rohmer avrebbe molto amato. Conosciamo due persone, non hanno nome, sono l’allegoria dell’uomo e della donna, in un luogo di quiete in mezzo alle colline e al verde, con sullo sfondo lo skyline del quartiere degli affari della grande città. Siamo in un tempo sospeso, una sorta di Paradiso, in cui Sarah Bernhardt visse all’inizio del XX secolo.

Proseguendo nel suo lavoro sul 3D in senso poco tradizionale, qui Wenders lo utilizza per aumentare l’immedesimazione nella situazione ambientale, con il vento che soffia fra le foglie e il caldo estivo che scalda i protagonisti. Inizia presto un dialogo serrato sulle esperienze vissute dai due: dalla sessualità all’infanzia, ai ricordi associati alla stagione delle vacanze alle differenze naturali e culturali tra i sessi. La curiosità è uomo, a giudicare dalla sequela di interrogativi che pone Reda Kateb, che conferma le sue qualità. Sullo sfondo dei due seduti a gustare una limonata fresca, dentro la casa uno scrittore sta immaginando il dialogo scrivendolo su una macchina da scrivere. Ogni tanto un jukebox cambia disco e canzone, regalandoci anche un'apparizione omaggio di Nick Cave che canta una delle sue canzoni capolavoro, Into my arms.

I due non provano imbarazzo, sembrano a proprio agio con la situazione e con la persona che hanno di fronte. In questo senso Les Beaux Jours d’Aranjuez è un film che concilia con la capacità di usare la semplice parola per conoscersi. Una dimensione sospesa nel tempo e nello spazio che rasserena, nonostante tutto e tutti, sulle infinite possibilità di declinare la comunicazione fra un uomo e una donna, in un dialogo sul passato, con il chiaro intento di servire da interrogazione costante sul presente e il futuro.

Wenders si conferma un autore che ama sempre di più i suoi personaggi, entrando nella loro intimità con grande semplicità, scavando nel loro vissuto in maniera da renderli universali. Sicuramente verboso, richiede uno sforzo da parte dello spettatore per entrare in pieno nel fluire talvolta ostico del racconto, ricevendo in cambio un testo poetico in cui specchiarsi. Non manca una vena ironica non comune nel regista tedesco, che ironizza in risposta all'improvviso correre del protagonista, con la donna che gli rinfaccia “non era prevista azione, ma solo dialoghi”.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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