Le verità: la recensione del film di Hirokazu Kore-Eda che ha aperto il Festival di Venezia 2019

28 agosto 2019
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Il regista giapponese, in trasferta a Parigi con Catherine Deneuve, Juliette Binoche e Ethan Hawke, si adatta mimeticamente all'ambiente circostante.

Le verità: la recensione del film di Hirokazu Kore-Eda che ha aperto il Festival di Venezia 2019

Per una volta, il tradimento di traduzione del titolo originale di un film riesce a coglierne e perfino ampliarne il senso: perché in questo caso sia nella versione francese che in quella internazionale inglese, si parla di una verità sola, al singolare. Da noi, invece, quest’opera francese di Hirokazu Kore-Eda assume un titolo plurale: Le verità.
E va bene così: perchè la verità quella vera - oggettiva, incontestabile - non esiste. La verità, racconta questo film, è inconoscibile. È un filo sottile e quasi invisibile di collante che tiene assieme diversi frammenti, soggettivi e momentanei, come gli istanti e come i ricordi, e gli regala una forma che è unitaria solo in apparenza.
La verità di uno è quindi la menzogna di un altro, e spontaneità e recitazione sono facce della stessa medaglia.
Allo stesso modo, Le verità riesce a essere un film capace di un discorso coerente anche se composto da tanti discorsi diversi: e questa volta sono la scrittura e la regia del giapponese a tenere tutto assieme.
Tutto è al femminile, matriarcale, in Le verità, con gli uomini relegati nel giusto ruolo di figure di contorno se non addirittura di passaggio, al massimo di cavalier serventi cui manifestare maggiore gratitudine per la loro capacità di assistere e supportare senza farsi notare troppo.
Tutto parla di madri e di figlie, di retaggi da trasmettere o da rinnegare, di legami conflittuali eppure indissolubili. Di ruoli che sono stati sovvertiti, o invertiti, o rifiutati. Del tempo che passa, e delle trasformazioni che ne conseguono.
E tutto parla anche del cinema, della recitazione, forse anche della stessa Catherine Deneuve, che è la matriarca/matrona attorno alla quale tutto gira, e che recita per l’ennesima volta sé stessa con la solita scioltezza regale e sarcastica.

Non ci sono grandi rivelazioni, però, nel film di Kore-Eda. Né sorprese. Le verità del titolo rimangono celate, si intravedono appena, si mescolano alle bugie. Lo sguardo furbo, ammiccante e silenzioso di Juliette Binoche, quando sua figlia Charlotte le chiede se una certa cosa sia la verità o una menzogna, è l’unica risposta possibile, per il regista.
Perché alla fine l’una non esiste senza l’altra: specie quando si parla della complessità del sentimento, e delle questioni familiari. Il sentimento e il legame esistono, e tanto deve bastare; il resto è tutto sommato superfluo, carburante da bruciare per far andare avanti un racconto, una carriera, una vita.
Trasportata nel contesto di Parigi e del mondo cinematografico francese, invasa dai loro tic e dalle loro incessanti parole, la morbidezza narrativa di Kore-Eda vi si adegua e modella in maniera fin troppo mimetica, con una silenziosità quasi anonima, ricalcando una serie di modelli piuttosto conosciuti.
Il giapponese si muove in punta di piedi per non essere d’intralcio alla Deneuve e al resto del cast, per non far scricchiolare troppo il pavimento di legno di quella grande e bella casa borghese che è il teatro delle vicende, quella che “sembra un castello ma dietro nasconde una prigione”, sia letteralmente che metaforicamente. Quella che, a proposito di metafore, è doppiata nel film da una vecchia casetta di cartone, un teatrino giocattolo all’interno delle quali si muovono ricordi e figure allegoriche, che - guarda un po’ - viene risistemata dalle mani più o meno abili dei padri che passano di lì, affinché madri e figlie possano continuare nel loro gioco delle parti.
Così facendo, però, al regista di Father and Son e Un affare di famiglia svanisce un po’ tra le mani quella sua straordinaria abilità di rendere speciale l’ordinario, e sorprendenti dei racconti altrimenti risaputi. Anche lui, come tanti prima di lui, lost in translation nel corso della trasferta all’estero.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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