Le tre scimmie - recensione del film diretto dal turco Nuri Bilge Ceylan

11 settembre 2008

In concorso al festival di Cannes del 2008, Le tre scimmie racconta una storia di tradimenti, silenzi e gelosie che mescola le passioni mediterranee con reazioni che appaiono quasi scandinave nella loro negazione e nella loro inazione. Tanto ricercato e affascinante dal punto di vista formale da rasentare (e superare) il patinato, è n...

Le tre scimmie - recensione del film diretto dal turco Nuri Bilge Ceylan

Le tre scimmie - la recensione

Il turco Nuri Bilge Ceylan è uno di quei registi amatissimi dai festival (nel casi specifico, quello di Cannes) ma assai meno conosciuti (e apprezzati) dal grande pubblico. Dopo essere stato in Croisette con film come Koza, Uzak e Iklimer, nel 2008 Ceylan vi ha presentato Üç Maymum, ovvero, come da titolo italiano, Le tre scimmie.

Quando il politico per cui lavora uccide accidentalmente un pedone con la sua auto in un’isolata strada di campagna, un autista accetta di assumersi la responsabilità del fatto e scontare nove mesi di prigione al suo posto: in questo modo assicurerà alla sua famiglia una bella somma da ritirare a fine detenzione e manterrà anche il lavoro, evitando al politico uno scandalo alla vigilia delle elezioni. Mentre lui è in prigione, sua moglie ed il politico entrano in contatto e si abbandonano alla passione: il figlio di lei scopre tutto ma tace. Sarà facile anche per il marito accorgersi dell’adulterio una volta fuori dal carcere, ma anche in questo caso le passioni e le parole rimarranno sopite, nella speranza che il silenzio possa riportare le loro vite al punto di partenza.

Questa, in sintesi, la trama di un film che parte quasi come un noir ma che lentamente abbandona ogni parvenza legata al cinema di genere per annegarsi nelle autorialità più spinte, trasformandosi in un dramma familiare dalle potenzialità sanguigne e mediterranee ma sviluppato e raccontato con uno stile volutamente strozzato, algido, quasi scandinavo. È evidente infatti fin dal titolo che nelle intenzioni di Ceylan c’era il raccontare una vicenda che fosse da specchio di come l’inazione di fronte ad eventi potenzialmente critici rischi di essere tanto controproducente a livello emotivo quanto una reazione istintuale e drastica. Purtroppo però questi (unici) intenti del regista, diluiti in quasi due ore di film che si sviluppano lente e faticose, non riescono ad emergere come sperato.

L’essenzialità della trama, priva di qualsiasi digressione, si fa paradossalmente difetto, data la scarsa empatia che si sviluppa con quanto avviene sullo schermo. E a questa impalcatura narrativa del tutto inconsistente, Ceylan accoppia una forma tanto elaborata e ricercata quanto laccata e patinata, fatta di tante “belle immagini” che però mal si legano con quanto raccontato. Il tentativo di Ceylan era probabilmente quello di riproporre anche a livello formale la dicotomia azione/inazione, ma il risultato è quello di una serie di estetismi esibiti e sostanzialmente inutili, che fanno de Le tre scimmie un film non solo un po’ noioso ma compiaciuto e – di conseguenza – anche respingente.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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