Le idi di marzo - la recensione del film di George Clooney

13 dicembre 2011
3.5 di 5
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Solido, elegante, misurato senza essere inutilmente trattenuto, Le idi di marzo racconta attraverso una vicenda squisitamente politica una storia che riguarda anche la società americana

Le idi di marzo - la recensione del film di George Clooney

Le idi di marzo - la recensione del film di George Clooney


George Clooney è uno che le idee chiare. Perlomeno sul cinema, e soprattutto su quello che firma come regista.
Perché perfino lavorando su una sceneggiatura di Charlie Kaufman, come nel caso dell'esordio di Confessioni di una mente pericolosa, Clooney ha subito mostrato che le sue aspirazioni e i suoi riferimenti erano legate a un'idea molto classica di film, in senso sia stilistico che narrativo.
In questo senso, Good Night, and Good Luck e In amore niente regole sono state delle facili conferme, che coloravano di tinte differenti un canovaccio che concettualmente era sempre lo stesso: raccontare l'America di oggi attraverso il suo cinema di ieri.

Le idi di marzo è una nuova versione nel cinema secondo Clooney, che questa volta però guarda leggermente più in avanti da un punto di vista temporale e firma un thriller politico che strizza l'occhio a certi titoli liberal degli anni Settanta, ai Pollack, ai Lumet. La matrice teatrale del testo (adattamento di una pièce di Beau Willimon, accreditato come sceneggiatore a fianco dello stesso Clooney e di Grant Heslov) non irrigidisce la messa in scena e garantisce una solidità di scrittura davvero notevole, che il regista supporta con uno stile lineare e soprattutto con una serie d’interpretazioni di altissimo livello.

Solido, elegante, misurato senza essere inutilmente trattenuto, Le idi di marzo racconta attraverso una vicenda squisitamente politica una storia che riguarda anche la società americana (e non poteva essere altrimenti); quella società che - come recitato da una battuta messa in bocca al candidato alle primarie democratiche per la Presidenza interpretato dallo stesso Clooney - deve essere migliore e più giusta dei suoi singoli componenti. E allora non sorprende che la discesa agli inferi raccontata sia quella di un singolo, Stephen Meyers, l'addetto stampa che possiede la coolness e l'intensità dell'ottimo Ryan Gosling.

La parabola del personaggio di Gosling è tanto più interessante quanto più racconta non la scontata perdita di un'utopica e ingenua innocenza, ma quella, ben più grave, di un sano e pragmatico idealismo nel nome del quale ci si può a volte, con misura, sporcare le mani. Perché non si arriva dove è Stephen Meyers all'inizio del film senza essere smaliziati e con un po' di pelo sullo stomaco, ma si arriva dove è Stephen Meyers alla fine del film solo quando il marcio che ti circonda uccide anche il più concreto dei sogni e spinge invariabilmente verso il lato oscuro della forza. Ed è così, quindi, che si chiude tristemente il circolo virale tra società e individuo.

Non ci sono grossi elementi di novità nella denuncia un po' pessimista e quasi rassegnata, ma assai realista, de Le idi di marzo, ma il fatto non rappresenta un problema. A scalfire un po' la compattezza e l'eleganza del film sono, paradossalmente, proprio l'estremità della sua compattezza e della sua eleganza. L'equilibrio ricercato e sapientemente raggiunto da Clooney trova infatti dei limiti in una certa sottile anemia, in una incapacità di essere, pur con classe, un po' più sporco e un po’ più cattivo. Ma Clooney, con tutta evidenza, non è un cinico, forse non lo sarà mai, e non vuole seguire davvero, moralmente, il suo protagonista fin dentro il suo privato inferno. Per lui questa denuncia è il più pragmatico degli idealismi che il marcio che lo circonda non ha ancora ucciso.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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