Le dernier coup de marteau - la recensione del film di Alix Delaporte

03 settembre 2014
2.5 di 5
31

Opera seconda presentata in concorso al Festival di Venezia.

Le dernier coup de marteau - la recensione del film di Alix Delaporte

Il cinema è fatto di ingredienti. Le storie sono una combinazione variamente assortita di una serie di situazioni, personaggi, atmosfere che del cinema hanno fatto la storia. Non si inventa poi più molto, infatti. Uno dei più grandi registi francesi, di quella nouvelle vague a cui guarda sicuramente anche Alix Delaporte con il suo Le dernier coup de marteau, diceva che bastavano una donna e una pistola. In questa opera seconda della regista francese troviamo un ragazzino taciturno, una madre malata, un padre praticamente mai conosciuto, il primo amore e la musica, che batte il rimo come il cuore, per parafrasare il grande film di un altro autore che la Delaporte deve apprezzare molto, Jacques Audiard.

Questi ingredienti però bisogna amalgamarli, riuscire a dare a ognuno un senso diverso in quanto parte di un tutto, della storia. La sensazione che rimane dalla visione di questo film è invece quella di una scelta fin troppo prevedibile di ingredienti di tutti i giorni, anche un po’ scaduti, che non riescono a valorizzare lo sguardo di un’autrice che pure ogni tanto riesce a venire fuori in un dettaglio.

Il titolo rimanda all’ultimo colpo del martello, particolare preso in prestito dalla vita di Gustav Mahler che, per sottolineare un periodo doloroso della sua vita, mantenne la libertà di eseguire o meno un ultimo colpo di martello suonando la sua sesta sinfonia. Di musica Victor non sa niente, fino a che il padre, per lui uno sconosciuto, arriva nella sua città del sud della Francia, Montpellier, come direttore d’orchestra. Dovrà diventare grande velocemente, fra la madre malata, l’amore per una vicina e per il calcio e un rapporto da costruire ex novo con il padre e con la musica. Chissà che non riesca così a comporre tutti i pezzi.

Le dernier coup de marteau è l’occasione mancata di un puzzle che si va componendo senza troppi slanci, con un’eleganza che lascia spazio troppe volte al suo parente povero: la sterilità. Un prisma cesellato con perfezione, anche per questo prevedibile e privo di quelle imperfezioni, di quelle uscite dai binari rassicuranti, che avrebbero aiutato avvicinando il pubblico emotivamente ai suoi protagonisti.





  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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