Le confessioni: recensione del film di Roberto Andò con Toni Servillo

18 aprile 2016
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Un film più etico e filosofico, che banalmente politico, che costringe a ripensare il nostro rapporto col tempo e la parola.

Le confessioni: recensione del film di Roberto Andò con Toni Servillo

Un monaco (un monaco certosino, ma magari anche cistercense, o perfino buddista), a un summit tra i ministri dell’economia del G8 e il direttore del Fondo Monetario Internazionale, ci sta come un pesce fuor d'acqua. O come un sasso nello stagno. Ma, in un caso come nell'altro, da bravo monaco, non se ne cura troppo, limitandosi a reagire come sa e come deve alla situazione che si trova di fronte: e proprio per questo risultando dirompente.
È quello che fa Roberto Salus, il protagonista di Le confessioni, sorta di versione speculare, al positivo, del Titta Di Girolamo de Le conseguenze dell’amore (e non solo perché a interpretarlo c’è Toni Servillo, o perché Roberto Andò gira il suo film con più di un occhio puntato sull'estetica sorrentiniana) ibridato col Guglielmo da Baskerville del Nome della rosa.

Sarà pure un po' ovvio e paradigmatico il racconto di Andò, ma il virus che innesta nel cinico e asettico universo di chi governa con ben poca umanità le sorti economiche del pianeta, non è quello banale e violento di una protesta militante, ma quello ben più sottile e detonante di qualcuno la cui prospettiva etica passa prima di tutto per una concezione radicalmente differente da quella della cultura dominante del bene più prezioso che abbiamo: il tempo.
Il tempo è l'elemento attorno al quale gira tutto, ne Le confessioni, quello che ne determina l’identità  e il carattere. Il tempo dilatato del racconto asettico; il tempo sospeso di un bizzarro "weekend con il morto"; il tempo che, proverbialmente, è denaro per il presidente del FMI interpretato da Daniel Auteuil, mentre è filosoficamente "una variabile dell'anima" per il monaco di Servillo, per il quale "perdere tempo non ha mai fatto male a nessuno".
Il tempo dell’uno contro il tempo dell’altro, quindi, inconciliabili: così come il tempo del cinema di Andò che si scontra con quello dei suoi giorni, proponendo Le confessioni, nei suoi pregi e nei suoi difetti, come film sicuramente non ortodosso. Esattamente come non ortodosso è il suo protagonista.

"L'ortodossia mi è del tutto indifferente," dice Salus, "io sto dalla parte della pietà." E quando qualcuno gli dice di non aver capito che tipo di monaco sia realmente, risponde: "Nemmeno io."
Ecco. Forse nemmeno Andò ha ben capito che tipo di film sia Le confessioni, col suo racconto che guarda più alla filosofia, e al giallo, che non alla politica spicciola, monetaria o meno; che si perde per tangenti che parafrasano il francescanesimo (Salus che "parla" con gli uccelli e coi cani) in forma goffa e poco omogenea col resto; che si concede degli pseudo Bono e J.K. Rowling manco fossimo nell'hotel montano di Youth, tanto per tornare ai sorrentinismi.
Ma nemmeno al regista pare poi importare più di tanto capire cosa sia il suo film, tutto concentrato com'è dentro il suo presente, nell'attimo di un'inquadratura, di uno sguardo, di una passeggiata. Le confessioni è un film che si limita a essere, a testimoniare con la sua semplice esistenza un modo diverso di stare nel mondo (del cinema e non), senza imporsi, ma creando in chi lo guarda e lo ascolta la stessa perturbazione provocata da Salus nel mondo che l'ha chiamato a sé. Parla una lingua che deve essere accettata, per essere compresa, o che risulterà ermetica e incomprensibile: magari risibile. Una lingua silenziosa, che interroga implicitamente e aspetta la tua reazione.

Certo, lo stile è del tutto agli antipodi rispetto a quello di un Miguel Gomes, che nel primo Le mille e una notte mette anche lui alla berlina i tic e le vacue presunzioni del potere economico-finanziario, evidenziandone come Andò la sostanziale scarsa intelligenza e l'erotizzazione implicita nel potere, non solo finanziario.
Ma, sebbene meno caustico e sovversivo (e geniale), anche l'agire coerente e metodico, quasi passivo di Salus riesce (tramite l'ascolto più che con la parola parlata, lui che ha fatto voto di silenzio) a mettere a nudo il re: un sistema che finisce col rivelare non conoscersi da solo.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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