Land of Mine: la recensione del film di guerra danese

20 ottobre 2015
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Una storia poco nota di prigionieri di guerra tedeschi costretti a sminare le cose danesi.

Land of Mine: la recensione del film di guerra danese

Il cinema sulla Seconda guerra mondiale è così abbondante e mai in crisi che c’è sempre una nuova ondata pronta a seguire la precedente. Una delle poche novità degli ultimi anni è il proliferare, in parallelo con la ricerca storica, di racconti sul dopo, sulle immediate settimane, talvolta poco di più, successive alla fine della guerra. Arriva ora sull’onda del successo di Toronto un film danese, Land of Mine, che oltretutto capovolge la dicotomia buono cattivo quando ancora i crimini nazisti sono vivissimi. Siamo nel 1945 in Danimarca quando i tedeschi hanno appena perso la guerra dopo aver occupato il paese per 5 anni. I prigionieri di guerra sconfitti vengono costretti a lavorare allo sminamento della costa occidentale, una delle possibili destinazioni dello sbarco dalle isole britanniche poi avvenuto in Normandia. Sotto pochi centimetri di splendide dune sabbiose in riva al mare sono nascoste oltre due milioni di mine, più che in tutti gli altri paesi europei messi insieme.

Il governo danese impose, parliamo di una storia realmente accaduta, lo sminamento di tutto il territorio prima di concedere ai prigionieri della Wehrmacht di lasciare il paese e tornare finalmente a casa. Come spesso in quegli ultimi mesi di guerra, si trattava per lo più di ragazzi minorenni, spauriti e vittime più che carnefici.

Una storia di vendetta di stato che coinvolse oltre duemila persone, di cui la metà morirono, rimasero mutilati o feriti gravemente. Una (piccola) vergogna nazionale nascosta per decenni dalle atrocità dimensioni ben più imponenti di quelle naziste che ora Martin Zandvliet racconta concentrandosi sulle vicende di un sergente dell’esercito danese alle prese con 14 soldati teutonici in un luogo isolato della costa danese. Land of Mine propone un contrasto stridente fra la bellezza dei paesaggi, la sensazione di selvaggia libertà che trasmettono, e il compito atroce dei prigionieri.

Ognuno con un lotto di sabbia assegnato, procedono a distanza di sicurezza uno dall’altro, come delle talpe. Più la paura li assale e più rischiano di cadere vittime del tremolio delle loro mani, della mancanza di precisione nel disinnesco. Anche l’unica famiglia della zona, una donna probabilmente vedova con bambina, non prova altro che odio nei confronti dei perfidi invasori. Se all’inizio del film i rapporti fra il sergente e i ragazzi sono quelli violenti tipici del cinema di guerra, ma con i tedeschi nei panni di quelli impotenti che calano gli occhi dalla paura e le prendono, poi, quando le divise si scoloriscono, è portato in primo piano l’essere umano che si guarda negli occhi e dialoga. Qualcosa cambia, fino a culminare nella consueta partita di calcio mista sulla spiaggia, per di più su quel territorio minato che rappresenta la ragione del contendere.

Piuttosto tradizionale nell’impostazione, Land of Mine coinvolge grazie a una certa freschezza che rielabora situazioni tipiche del cinema di guerra porgendocele da un punto di vista capovolto, con personaggi credibili dopo qualche forzatura inziale.





  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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