Ladri di cadaveri - Burke & Hare: la recensione del film

25 febbraio 2011
3.5 di 5

In Inghilterra (e splendide serie tv come Psychoville e Misfits sono lì a dimostrarlo) si può ridere di tutto, anche di quello che fa raggelare il sangue. E' dunque più che appropriato che sulla commedia del ritorno al cinema di John Landis, dopo oltre 12 anni, ci sia l'imprimatur dei leggendari Ealing Studios, e che il regista – erudi...

Ladri di cadaveri - Burke & Hare: la recensione del film

Ladri di cadaveri - Burke & Hare: la recensione del film

Se in Inghilterra la Hammer era la Casa dell'orrore, gli Ealing Studios  erano l'equivalente nella commedia. Come a volte accade oltremanica, l'umorismo di quei film spesso si sposava al macabro e al thriller, dando vita a piccoli capolavori come Sangue blu, con uno strepitoso Alec Guinness, e La signora omicidi con lo stesso Guinness e Peter Sellers (quel The Ladykillers maldestramente rifatto dai Coen). Gli inglesi, beati loro, non hanno le costrizioni moralistiche e ipocrite che nel nostro paese vietano di scherzare su certi argomenti. In Inghilterra (e splendide serie tv come Psychoville e Misfits sono lì a dimostrarlo) si può ridere di tutto, anche di quello che fa raggelare il sangue. E' dunque più che appropriato che sulla commedia del ritorno al cinema di John Landis, dopo oltre 12 anni, ci sia l'imprimatur dei leggendari Ealing Studios, e che il regista – erudito e cinefilo – confezioni una classica commedia inglese, condita però dal proprio riconoscibile touch.

Burke & Hare non erano, come recita il fuorviante titolo italiano, “ladri di cadaveri”. I veri graverobbers erano coloro che di notte riesumavano illegalmente le salme più “fresche” nei cimiteri per venderle ai chirurghi della prestigiosa facoltà di Scienze Mediche dell'università di Edimburgo, che le utilizzavano per lo studio e l'insegnamento dell'anatomia umana. William Burke e William Hare erano in realtà due immigrati irlandesi senza scrupoli, ai quali venne la brillante idea - in un periodo in cui le leggi limitavano il commercio di corpi e la polizia sorvegliava armata i cimiteri - di affrettare il trapasso di alcuni poveri derelitti per venderli a peso d'oro agli avidi dottori, vere e proprie rockstar dell'epoca, come Landis ironicamente esemplifica col personaggio (vero, come tutti gli altri) del dottor Robert Knox, maestro di Charles Darwin.

Già prima di aver visto il film, dunque, ci piaceva l'idea di una commedia “romantica” su una storia che ha ispirato in passato solo pellicole  dell'orrore (tra cui lo splendido La iena di Robert Wise, con Boris Karloff, dal racconto di R. L. Stevenson "The Body Snatcher", che unifica i due assassini nel personaggio del vetturino Fettes), e ci ispirava l'idea che fosse un regista trasgressivo e impavido come John Landis a dirigerla. Dopo aver visto il film, ci sembra giusto sottolineare i pregi di un'opera originale, benissimo confezionata e ancor meglio recitata (nella versione inglese, consigliata), che, pur essendo filologicamente corretta e accurata, rientra a pieno diritto nella filmografia del regista dei Blues Brothers, di Innocent Blood e Un lupo mannaro americano a Londra.

Come David e l'amico Jack, infatti, i due William sono stranieri a Edimburgo. Solo che, invece di diventare agnelli sacrificali delle maledizioni locali, mettono su una vera e propria azienda della morte, fornendo il prodotto più raro e richiesto sul mercato. Nel film, Hare è la mente, Burke il sempliciotto che si lascia convincere dall'amico ma si persuade poi di averlo fatto per amore di una giovane attrice: entrambi sono assassini senza scrupoli, ma resi simpatici dalla loro stessa cialtroneria. Nei loro momenti migliori, Andy Serkis e Simon Pegg possono ricordare (alla lontana, beninteso) sia i fratelli Blues che le due spie pasticcione di Spie come noi. Nel calderone c'è di tutto: l'amore per una bella e ambiziosa prostituta, una compagna nel crimine (ogni Sweeney Todd ha la sua complice), un'associazione mafiosa antelitteram che offre protezione in cambio di tangenti. E ci sono Shakespeare e le cornamuse, e i tanti cammeo a cui il regista ci ha abituato (da Christopher Lee a Michael Winner, da Costa Gavras al leggendario Ray Harryhausen, senza dimenticare la Jenny Agutter di Un lupo mannaro americano a Londra).

I valori produttivi sono elevati (come dimostrano fotografia, costumi e scenografia) e Landis può contare sul fior fiore degli attori caratteristi britannici, su cui svettano a nostro parere gli irresistibili chirurghi di Tim Curry e del sempre perfetto Tom Wilkinson. Con tanta abbondanza, Landis si può addirittura permettere di “sprecare” Reece Shearsmith, il geniale creatore/interprete di Psychoville, relegato al ruolo del soldato belloccio e ambiguo. C'è un finale alla Animal House, in cui scopriamo che fine hanno fatto i personaggi superstiti, ci sono molti momenti splatter e  gag tipiche della phisycal comedy.

Nonostante l'insieme dei pregi, però, il risultato non è sempre ottimale: a tratti il film risulta un po' slegato, e l'impressione d'insieme è quella di un meccanismo le cui giunture sono un po' arrugginite, in cui tutti gli elementi non sempre si incastrano alla perfezione. Manca, a nostro avviso, la fluidità con cui Landis ha quasi sempre raccontato le sue bizzarre storie. Determinato a farne un film storicamente accurato nei fatti e nell'ambientazione, a tratti il regista sembra dimenticarsi di amalgamare al meglio i suoi ingredienti. Se non è un capolavoro o una grande rentrée, Ladri di cadaveri è comunque degno del talento di un regista che avrebbe ancora molto (se glielo consentissero) da dare al cinema. Ma forse è destino che il Landis migliore sia quello della tv, dove di questi tempi, come lui stesso dice, si è trasferita l'intelligenza e la voglia di innovare.
 



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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