La zona d'interesse: la recensione del film di Jonathan Glazer

19 maggio 2023
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Nelle mani del regista inglese il romanzo di Martin Amis diventa il racconto astrattissimo e geometrico di un orrore indicibile, solo suggeribile. La recensione di The Zone of Interest di Federico Gironi.

La zona d'interesse: la recensione del film di Jonathan Glazer

Una famiglia che passa una giornata d’estate in riva a un fiume, immersa nel verde della natura. Il ritorno a casa, una casa ordinatissima, minimale, circondata da un giardino splendido, progettato e coltivato con cura meticolosa, dove alle piante e ai fiori e ai vialetti di selciato di mescolano una serra, una piccola piscina per i bambini, perfino le arnie per il miele. Quella casa, e quel giardino, che sono il coronamento dei sogni della coppia che vi abita, confina col muro di cinta di campo di sterminio. Il più celebre, il più famigerato: Auschwitz. L’uomo che vive in quella casa, Rudolf Höss, ne è il capo, e il responsabile.
Ogni tanto qualche prigioniero del campo appare silenzioso portando alimenti per la dispensa, ma anche sacchi di abiti, che poi le donne - Hedwig Höss in testa - selezionano e si spartiscono.
Una vita quotidiana banale e placida viene portata avanti nella più totale indifferenza; il campo e quel che vi accade sono solo un sottofondo: sonoro, soprattutto, ma non solo. Atroce, sempre.

Nelle mani di Jonathan Glazer il romanzo di Martin Amis che ha lo stesso titolo del film, il romanzo da cui l’inglese è partito, è solo uno spunto.
Le pagine e la storia vengono asciugate, disossate, tardite. A Glazer interessa lavorare sul massimo del minimalismo e dell’astrazione possibili, per raccontare con le immagini, e coi suoni, quel che le parole spesso non sono sufficienti a raccontare. Figuriamoci spiegare.
Un’operazione estetica, in primo luogo. Che a tratti potrebbe anche spingersi così oltre da legittimare il dubbio, se non l’accusa, di superare il confine che conduce all’estetizzazione.
Il dibattito è aperto.

Glazer non è solo astratto e minimale. È geometrico. Rigoroso. Implacabile. Il suo film è fatto di assi cartesiani, piani ortogonali, spazi perfettamente delineati e fotografati nella maniera più fredda, chirurgica e asettica possibile.
È la logica perversa, spietata, allucinante ma a suo modo lucidissima del nazismo, della Soluzione finale, quella che Glazer mette sullo schermo. Una logica matematica che non ha tempo, spazio, luogo né necessità di alcuna forma di empatia umana. Di qualsivoglia forma di calore.
The Zone of Interest è gelido. Gelido, algido e affilato.

Contano le immagini, le parole sono un contorno tollerato, quasi. Ma a volte affondano la lama anche loro. Come quando la madre di Hedwig Höss commenta distratta della presenza, dietro al muro del campo, di una donna che conoscevano. “Te la ricordi? facevo le pulizie in casa sua”. Lo sterminio come assurda rivolta di classe: giustificazione impossibile, populista, orribile.
O come quando Rudolf Höss, lontano da casa, racconta alla moglie di una festa di gerarchi a Budapest: “Non ho fatto caso a chi c’èra. Pensavo solo a come avrei fatto a gasarli tutti. Logisticamente complicato”.

E però le parole sono sconfitte dalle immagini, sempre.
Penso alla fuga di Rudolf (con canotta marchiata SS, perfido lampo di atroce ironia di Glazer) dal fiume con due figli, perché sono finiti in mezzo alla marea delle ceneri scaricate nelle acque, per poi strigliare la pelle, spurgare nasi, lavare occhi.
Il cancro dell’Olocausto però è già nel corpo di Rudolf, oltre che nella sua mente, racconta Glazer.
Il suo sprofondare nell’oscurità della sua inumanità è anche lo sprofondare (suo, loro, nostro) negli abissi oscuri di una storia che Glazer rievoca - con altre immagini - con uno scarto temporale spaventoso e spiazzante, per poi tornare a mostrare il suo protagonista che, inesorabilmente, discende in un’assenza di luce che è sempre stata tale.
Fin dall’inizio. Fino alla fine.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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