La variabile umana - La recensione del film con Silvio Orlando

09 agosto 2013
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Atmosfere noir per il debutto nel cinema di fiction di Bruno Oliviero

La variabile umana - La recensione del film con Silvio Orlando

Una città notturna, un delitto eccellente, una donna tradita che scopre il cadavere del marito. L'ispettore Monaco, un uomo solo, triste e arrabbiato, che da quando ha perso la moglie si è rifugiato nelle scartoffie che gli fanno da barriera nei confronti del mondo, viene richiamato in servizio attivo dal suo superiore perché faccia luce sul delitto. E' l'ultima volta, giura. E non fa in  tempo a dirlo che in questura gli piomba la figlia adolescente, sorpresa con degli amici mentre sparava con la sua pistola d'ordinanza. Un pasticcio per cui viene perdonato, visti i suoi problemi e la stima di cui gode. Ma piano piano, nella sua corazza, si aprono crepe che diventano voragini e, col proseguire dell'indagine, il fallimento della sua vita di padre e di poliziotto si rivela in modo per lui dirompente.

Parte come un noir il film di debutto di Bruno Oliviero, documentarista di Napoli trapiantato a Milano, e lo fa con intenzione e qualche padre illustre (Woolrich è citato dall'autore, ma l'ambientazione milanese richiama alla memoria Scerbanenco). Ma si tratta di una falsa pista, perché quello che interessa veramente al regista è la storia della crisi di un uomo, il cui crollo investe anche la sua vita professionale. Resterebbe dunque deluso chi si aspettasse un'indagine dal ritmo serrato, piena di colpi di scena, come quella ad esempio di Cha cha cha di Marco Risi. L'inchiesta di Oliviero procede lenta e riflessiva, e ai movimentati carrelli e dolly esterni si sostituisce la macchina a spalla che negli interni scruta l'interazione tra padre e figlia e si rinchiude con loro in uno spazio che diventa sempre più piccolo (la questura, un appartamento, una stanza d'albergo) e che non concede il lusso di sfuggire alle proprie paure.

E' davvero una bella regia, fluida ed elegante, quella di Bruno Oliviero, come suggestive sono la fotografia di Renaud Personnaz e le musiche di Michael Stevens. Semmai, dove il film ci perde, è nell'eccessiva rarefazione delle atmosfere, vera e propria scelta stilistica, che ci impedisce di partecipare fino in fondo al dramma dei suoi protagonisti. Se quello che interessa al regista è l'aspetto umano, la parte procedurale rischia di risultare – nonostante l'accuratezza della documentazione – poco concreta e significativa, proprio a causa dello spostamento di fuoco improvviso da un soggetto all'altro. In fondo non ci interessa molto sapere chi ha ucciso il ricco imprenditore e perché e forse è proprio l'imprevedibilità della variabile umana richiamata dal titolo a impedirci questa adesione totale.

Davvero bravo Silvio Orlando in un ruolo che non gli dà tregua e non gli permette di rifugiarsi nei tipici escamotage dell'attore simpatico. Gli tiene testa l'assoluta debuttante in veste di attrice Alice Raffaelli nel ruolo della figlia. Nell'insieme un buon esordio, che un po' più di passione, a nostro avviso, avrebbe reso ottimo.

 



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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