La tigre bianca: recensione del film Netflix

27 gennaio 2021
3 di 5

In streaming su Netflix c'è l'adattamento dell'omonimo romanzo di Aravind Adiga vincitore del prestigioso Booker Prize nel 2008. Si racconta l'India contemporanea, ma la produzione è chiaramente americana (nello sguardo) e il regista di origine iraniana. La recensione di Federico Gironi.

La tigre bianca: recensione del film Netflix

La tigre bianca è un film sospeso tra due mondi: quello indiano e quello occidentale. E non solo per via della sua doppia bandiera produttiva (India e USA).
Il mondo indiano è quello che racconta, quello del romanzo di Aravind Adiga vincitore del Man Booker Prize del 2008 da cui è tratto; quello occidentale, e statunitense in particolare, è quello attraverso la cui estetica e sensibilità è filtrato lo stesso racconto.
D’altronde, Adiga ha lasciato da ragazzo l’India per andare a vivere in Australia con la famiglia. E lo stesso, con destinazione Stati Uniti, ha fatto l’ex Miss Mondo Priyanka Chopra, che di questo film non è solo una delle protagoniste, ma anche una delle produttrici.
E due dei personaggi del film, quello della Chopra e quello della star indiana Rajkummar Rao, sono loro stessi, ognuno in modo diverso, divisi tra il loro paese d’origine e quello in cui hanno a lungo vissuto prima di tornare in India: gli Stati Uniti, appunto.
Sarebbe bello poter dire che lo sceneggiatore e regista Ramin Bahrani (un altro che getta un ponte tra USA e Asia, con le sue origini iraniane) è stato in grado di prendere il meglio dei due mondi e di sintetizzarlo nella Tigre bianca: ma purtroppo, non è così.
Poi, per carità: siamo per fortuna ben lontani da cose inguardabili tipo The Millionaire, il film di Danny Boyle che faceva estetizzante pornografia della miseria indiana a uso e consumo di laidi occidentali guardoni. Ma, comunque, qualche piccolo problema permane.

Sulla storia del film, niente da dire. Anzi. Raccontata in prima persona dal protagonista Balram (Adarsh Gourav, che è molto bravo specie nel rendersi sempre un po' sgradevole) - lo fa leggendoci un’e-mail al primo ministro cinese Wen Jiabao, che sta per recarsi in visita a Bangalore, con quale il Balram diventato imprenditore spera di potersi incontrare - è una spietata disamina della società indiana, e non solo. Da poverissimo abitante di un fatiscente villaggio, appartenente a una casta di rango inferiore, Balram riesce, con la sua intelligenza e la sua progressiva mancanza di scrupoli, a diventare l’autista di una giovane e ricca coppia (Rao e Chopra, appunto), figlio e nuora dell’uomo, ancora più ricco, che dominava e taglieggiava il suo villaggio natale.  Ma il suo riscatto sociale ed economico è solo illusorio, perché  per gente come lui, dice nel film, c’è solo un modo per uscire davvero dalla povertà e dalla schiavitù: e non è un modo pacifico.
La forbice sociale divaricatissima che divide l’India a metà tra benessere elevato e miseria, è ben raccontata dalla Tigre bianca. Ed è qualcosa che, forse non in maniera così spettacolarmente evidente, non riguarda più, solo, quel paese lì, ma anche buona parte dell’Occidente.
Bahrani riesce a essere anche abbastanza efficace nelle sfumature psicologiche. Quando mostra l’ipocrisia dei ricchi, dei giovani indiani occidentalizzati, che fingono - anche con loro stessi - empatia nei confronti dei loro dipendenti, ma che sono comunque ancora vittime di una mentalità che vede in loro veri e propri schiavi; e ancora di più nel raccontare il servilismo e il vero e proprio bisogno di avere e amare un padrone di Balram e di quelli come lui, educati da millenni a essere schiavi, succubi, esseri umani di seconda classe. Una condizione, questa, dalla quale si può uscire solo attraverso un gesto radicale, traumatico, violento.

Ora, se tutto questo va benissimo ed è anche giustissimo, La tigre bianca non è però esente da difetti, e da aspetti che ne minano o smorzano l’efficacia.
Bahrani ha mutuato dal cinema indiano una tendenza alla magniloquenza e alla logorrea che non riesce sempre a sostenere con la sua regia, e che viene appesantita dall’onnipresente voce narrante di Balram.
La tigre bianca è un film anche discontinuo, con una prima parte eccessivamente dilatata, e qualche calo di ritmo evidente anche in una seconda più compatta e, soprattutto, psicologicamente più tesa. Il suo sguardo, al contrario, è fin troppo esplicitamente americano e hollywoodiano, e i tanto sforzi, pure meritevoli, di raccontare con le immagini le contraddizioni dell’India contemporanea - la sua povertà più estrema, l’arretratezza culturale che si scontra con la modernità economica, la corruzione endemica - finiscono sempre col risultare superficiali, e un po’ posticci.
Considerati i temi e i risvolti del racconto ideato da Adiga, un pizzico di radicalismo in più nell’uso dei generi (il dramma, e il thriller) e nella rappresentazione di quel mondo, avrebbero giovato.
Rimanendo in territorio Netflix, il consiglio per chi vuole vedere e capire l’India di oggi, e farlo attraverso un linguaggio cinematografico ben più forte e migliore di quello della Tigre bianca, è di assaggiare il cinema di Anurag Kashyap, e vedere magari Raman Raghav 2.0 (anche noto come Psycho Raman); o al limite, se quel film vi pare troppo, la serie Sacred Games, che vanta tra i registi proprio Kashyap.
Ha probabilmente ragione Balram, infatti, quando dice che l’uomo bianco è finito, e che “questo è il secolo dei marroni e dei gialli”. Tra questi, però, non penso si possa annoverare Bahrani: uno che dirige in maniera anche corretta, ma fin troppo anemica e omogeneizzata.

La Tigre Bianca
Il Trailer Italiano del Film - HD


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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