La storia della principessa splendente – La recensione del nuovo anime

31 ottobre 2014
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Isao Takahata abbraccia la tradizione nel suo ultimo lavoro

La storia della principessa splendente – La recensione del nuovo anime

C'è qualcosa di regale e istituzionale in La storia della principessa splendente: questo anime del glorioso Studio Ghibli non solo si basa sul più antico racconto giapponese (risalente pare al secolo X), ma è anche la nuova opera di un monumento dell'animazione orientale. Parliamo di Isao Takahata, classe 1935, cofondatore dello Studio e autore del primo anime che nel 1968 si aprì ai contenuti più epici e lirici, La grande avventura del piccolo principe Valiant, al quale collaborò Hayao Miyazaki, di sei anni più giovane.

Il tagliatore di bambù Okina rinviene in un tronco una microscopica creatura umanoide: una principessa in miniatura. Quando la tocca, si trasforma presto in una neonata, che in poche settimane cresce rapidamente sino a divenire una ragazzina spigliata e amata da tutta la gente della montagna. Convinto da altri ritrovamenti che Kaguya (questo il nome della protagonista) sia destinata dagli dei a un futuro quasi regale, Okina strappa sua moglie e Kaguya dalle montagne, costruendo un palazzo in città solo per la ragazza. Ma la nobiltà di Kaguya non è di certo quella mondana...

Ci sono due aspetti davvero ammirevoli di questo lungometraggio. Il primo è l'immagine: Takahata continua sulla strada della linea abbozzata, vista nel suo precedente lavoro, Gli Yamada (1999), ma abbracciando qui il registro di una rappresentazione epica e drammatica. Il risultato estetico è incantevole, perché il tipico design anime acquista una plasticità morbida esaltata dal tratto grezzo, quasi si esplorassero le capacità evocative di un pencil test: l'attenzione ai movimenti, e al sound design ad essi associato, è un'esperienza notevole, preziosa.
Il secondo aspetto è la capacità di infondere nella fiaba tradizionale, quanto più intoccabile quanto più è antica, un velo di inquietudine passionale ed ecologica tipica dello Studio Ghibli: nel film il legame di Kaguya con la natura e il Giappone rurale acquisisce la dimensione mitica cara anche a Miyazaki, e il rapporto della principessa con l'imperfezione dell'umanità diventa dolente ma anche dipendente. Un odio-amore, un toccante legame con i limiti e le storture della società degli uomini, amabili perché imperfetti.

A questo punto nulla impedirebbe di nominare La storia della principessa splendente uno dei più bei cartoon dell'anno, ma purtroppo non si può ignorare che la vicenda è narrata in ben due ore e dieci. A parte le sfumature tematiche, Takahata è molto fedele alla struttura della fiaba, e ne rispetta quindi anche lo stile di racconto ridondante, le divagazioni, gli scarti di comportamento che possono interrompere l'immedesimazione. Che l'approccio sia rigoroso non ci piove, ma è anche vero che il ritmo, specialmente nella seconda metà, può mettere a dura prova lo spettatore e condurlo alla fine stremato. E in fondo anche dispiaciuto, perché – ci permettiamo di esprimere un umile parere – il film avrebbe funzionato anche sull'ora e mezza, disperdendo meno alcune sequenze d'antologia.




  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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