La sposa promessa - la recensione del film di Rama Burshtein

02 settembre 2012
4 di 5

Un esordio notevole. Una storia complessa, solo in apparenza conservatrice, di grande fascino visivo e un non facile equilibrio di toni.

La sposa promessa - la recensione del film di Rama Burshtein

Una giovane donna, incinta al nono mese, muore; ma il bambino si salva. Quando, dopo poco, il marito rimasto vedovo pensa di risposarsi, forse in Belgio, sua suocera rimane terrorizzata all’idea di perdere il nipote, e inizia a spingere affinché la figlia minore prenda il posto che fu della sorella nella vita dell’uomo.
Se a questa trama aggiungiamo una cugina rimasta zitella che spera di accasarsi col vedovo e alcune altre piccole sottotrame, potrebbe sembrare di trovarsi dentro una soap opera. O, a esser buoni, in un feuilleton ottocentesco. Invece, siamo all’interno di una comunità ebrea ortodossa di Tel Aviv e, soprattutto, all’interno di un film notevole e sorprendente.

Esordio, seppur solo nella fiction, della regista Rama Burshtein, realmente appartenente alla comunità chassidica che racconta, La sposa promessa è un film che parla di tradizioni, di doveri, di come questi possano e debbano trovare nella conciliazione con il sentimento il modo adatto di perpetrarsi ed evolversi senza perdere radici né scivolare in un chiuso conservatorismo.
Perché se nello chassidismo è fortissimo il senso della famiglia (tanto tradizionalmente patriarcale quanto, nei fatti, anche matriarcale) e se è vero che sono le famiglie a proporre i matrimoni ai loro figli, sono questi stessi figli a scegliere di accettare o meno la proposta.
E il cuore di La sposa promessa sta tutto nel tormento della giovane protagonista Shira, lacerata dal conflitto tra il senso del dovere nei confronti della madre o della cugina e dei sentimenti che non prova ma che, in modo altrettanto conflittuale, arriverà a provare.

Rama Burshtein affronta e racconta questa storia con delle scelte formali e narrative sorprendenti ed encomiabili.
Visivamente, la regista opta per una profondità di campo ridottissima e un uso intenso dei primi piani, esasperando in questo modo il senso di comunità da un lato e la solitudine della protagonista davanti alle sue scelte. Ma, attraverso una mobilità morbida e soffusa, evita ogni rischio claustrofobico e riesce a donare al film un respiro insospettabile.
Sono però i toni e i modi del racconto, ancor di più di una notevole capacità di girare, a rappresentare la vera forza del film.
Lontana da ogni tentazione militante, in un senso o nell’altro, così come dall’attribuzione di un senso che non sia quello del sentimento e della sua complessa priorità, la Burshtein non prende posizioni e non fa proselitismi, ma racconta quasi documentaristicamente una storia plausibile e che non grida mai il suo dolore né esulta smodatamente per le sue gioie, e che a tratti aggiunge ad una misura non facile in una racconto tanto lacerante un sottile humor, le cui radici è facile immaginare.
La lacerazione di Shira, allora, diventa nostra, e si risolve con un dolore fruttifero, con nuove consapevolezze, accettando l’aumento fisiologico della complessità che ne diventa automaticamente risoluzione.

Se di conflitto si può parlare, per una volta in un film israeliano è tutto intimo e interiore. Ma che la soluzione sia nel seguire le ragioni del cuore senza egoismi e sfidando la paura, di sé e degli altri, forse qualcosa potrebbe insegnarlo anche alla politica.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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