La sposa bambina: recensione del film della prima regista yemenita

03 maggio 2016
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Un'opera necessaria in difesa delle donne e delle bambine diventate mogli precoci.

La sposa bambina: recensione del film della prima regista yemenita

Una piccola voce, forte e determinata, si è levata da un disadorno tribunale di una cittadina dello Yemen: la voce innocente di un’infanzia violata e guastata, di una moglie di appena dieci anni che regge sulle spalle l’infelicità di migliaia di spose bambine morte per lesioni da parto precoce o violenza sessuale, oppure sopravvissute nel dolore e nel silenzio. E’ la voce di Nojoom, alter-ego cinematografico di Nujood Ali, che nel 2009 ha chiesto e ottenuto il divorzio e ha raccontato la sua agghiacciante storia in un libro scritto insieme all’autrice francese Delphine Minoui.

Che risuonasse in un film, trasmettendo un messaggio di speranza e squarciando il buio dell’ignoranza di una società asservita a regole arcaiche era importante e necessario, e lo è ancora, ed è una simile urgenza, una simile denuncia di una realtà misconosciuta, o ignorata per tenere i sensi di colpa placidamente addormentati, il valore più alto della prima opera di finzione della prima regista yemenita, un’artista dall’indomito coraggio che è stata anche lei una moglie precoce, figlia di un’altra moglie precoce ugualmente asservita alla volontà di un padre-padrone e di un marito-carceriere.

Giustamente, per toccare i cuori e non solamente le coscienze, questa donna illuminata non ha scelto il documentario, inventandosi piuttosto un "c’era una volta" e collocandolo in un villaggio di montagna sperduto fra le piantagioni di caffè, formato da casupole in pietra alle cui porte non bussano né fate né principi azzurri, ma uomini dagli smodati appetiti sessuali che recano umiliazione e disonore. Altrettanto giustamente non ha optato per una narrazione oggettiva ma soggettiva, mettendoci ad altezza-bambino e lasciandoci osservare la realtà attraverso gli occhi grandi e scuri di Nojoon, che assaggia l’orrore senza rendersene pienamente conto. Noi però ce ne rendiamo conto, benissimo, ed è qui che La sposa bambina fa male, pur senza perdere la poesia e l'incanto, perché è un controsenso che luoghi così belli e dall'apparenza quasi fatata possano ospitare una violenza quieta ma devastante.

Anche senza una regia incisiva, il film quindi cattura, perché è un percorso di conoscenza, un viaggio fra individui che non abbiamo mai incontrato prima, un'umanità che ci lascia senza parole, ma che la regista sta bene attenta a non demonizzare. I suoi personaggi sono carnefici e nello stesso tempo vittime, prodotti di una società malata dove l’amore è certamente ancora possibile, ma è goffo, sbagliato, "male impiegato".

Detto questo, la magia che Khadija Al Salami ha saputo creare grazie alla sua combattente "in miniatura" a un certo punto, purtroppo, svanisce, e precisamente nel momento in cui si aprono le porte del tribunale e il giudice spiega alla famiglia della ragazzina e a uno sceicco perché i matrimoni infantili siano sbagliati. Diventando improvvisamente più televisione e meno cinema, La sposa bambina si fa allora didascalico e a tratti perfino semplicistico, quasi fosse una lezioncina da imparare a memoria. Ma attenzione, è a noi che appare così, e non importa, in fondo è il pubblico yemenita che il film intende sensibilizzare e smuovere, e fra tante affermazioni a un primo sguardo ovvie, emerge un concetto fondamentale. Riguarda la Sharia ed è accompagnato da una domanda: fra i principi della legge islamica non c'è anche l'obbligo di difendere i più deboli? E i bambini non rientrano forse in questa categoria? Ecco una  riflessione non da poco...



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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