La Signora Harris va a Parigi, la recensione della commedia con Lesley Manville

14 ottobre 2022
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Lesley Manville, già nomination all'Oscar per Il filo nascosto, è la protagonista di questo racconto d'epoca, sullo sfondo della moda di Christian Dior alla fine degli anni Cinquanta. La nostra recensione.

La Signora Harris va a Parigi, la recensione della commedia con Lesley Manville

Domestica dal cuore sin troppo d'oro nella Londra più povera della fine degli anni Cinquanta, Ada Harris (Lesley Manville) ha con ritardo la conferma di essere rimasta vedova di guerra. Finisce per lei un'epoca, ma il suo buon cuore e le sue capacità di risparmio le permettono di esaudire un suo sogno: volare a Parigi per comprare un capo di Christian Dior. Qui la sua bassa estrazione si scontra con le regole della maison, incarnate dalla direttrice Claudine (Isabelle Huppert), ma gli incontri con una modella in crisi Pamela, col contabile André e con un romantico marchese (Lambert Wilson) le permetteranno di recuperare la sua corretta scala di valori.

Non è la prima volta che il romanzo "La signora Harris" (1958) di Paul Gallico viene tradotto in audiovisivo: avvenne già con un film per la tv In volo per un sogno (1992), interpretato da Angela Lansbury. Questo La signora Harris va a Parigi, diretto da Anthony Fabian, si fa forte di un'accuratissima messa in scena all'altezza della sala e letteralmente da Oscar (production design di Luciana Arrighi, costumi di Jenny Beavan), per recuperare lo spirito di un racconto classico, dallo svolgimento tanto ottimista quanto prevedibile: le radici di un "feel good movie" da manuale sono incarnate da una protagonista che mette d'accordo tutti. Dolce quanto basta a non trasformare la sua decisione in arroganza, decisa quanto basta a non rendere la sua dolcezza una passività. Più che una donna, Ada è l'equilibrio incarnato, che non a caso unisce mondi agli antipodi, aprendo gli occhi a quasi tutte le persone che incontra, ed è in grado anche di svelare involontariamente i caratteri reali della gente, sotto la facciata. Citazioni filosofiche nei dialoghi rendono esplicita quest'interpretazione.

Di solito a questo punto si direbbe che la professionalità della costruzione, a partire dalle attrici e dagli attori di rilievo (Manville, Huppert, Wilson), compensa sia la prevedibilità sia qualche calo di ritmo, specie in un apparente doppio finale, comunque poi giustificato. In realtà però c'è una chiave di lettura in più che impreziosisce il film, perché Ada è il simbolo di un cambiamento epocale nella cultura di massa: la rivendicazione di un benessere, di un tempo libero da dedicare al bello, da parte del proletariato, che nel film si vede scioperare per rivendicare i propri diritti. L'apparizione di Ada avvia la necessità della riproducibilità di un abito firmato, poco prima esclusiva "opera d'arte". È la concessione del bello al più ampio pubblico possibile: è il tema sorridente che regge La signora Harris va a Parigi. Si tratti di un viaggio a Parigi, di un abito di Dior o dell'invito di un marchese, non viene mai messo in dubbio nel film che la finestra su questa bellezza possa essere un'illusione. Il punto è che tutti abbiamo diritto a quell'illusione



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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