La scuola è finita - la recensione del film di Valerio Jalongo

03 novembre 2010
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Un film italiano, presentato in concorso al Festival di Roma 2010, che costruisce un “teatro” assurdo e grottesco come può essere una scuola di periferia nella Roma di oggi.

La scuola è finita - la recensione del film di Valerio Jalongo

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La scuola è finita - la recensione del film di Valerio Jalongo


Un film italiano, presentato in concorso al Festival di Roma 2010, che costruisce un “teatro” assurdo e grottesco come può essere una scuola di periferia nella Roma di oggi, poi vi allestisce dentro una storia tutto sommato retorica e scricchiolante. Valerio Jalongo non mette a segno il colpo di un’opera corrosiva e stimolante, ma si limita alla solita rappresentazione offuscata della difficoltà giovanili. Rispetto a quanto si sarebbe potuto osare, una strana occasione mancata.

Daniele detto Alex è un giovane studente problematico, che si getta dal quinto piano della sua scuola dopo essersi “fatto”, che ha una situazione famigliare a dir poco disastrata, che vive in un contesto socio-economico precario e degradato, quello della periferia romana più povera. A tentare di aiutarlo due professori in conflitto tra loro, la volenterosa ed idealista Quarenghi ed il più disilluso e debole Talarico, che col ragazzo condivide una passione per la musica.

Partendo da questa breve sintesi della trama principale, si può benissimo capire come La scuola è finita diretto da Valerio Jalongo non proponga nulla che non sia stato già visto in altre e ben più riuscite. I riferimenti osono più o meno espliciti, ma comunque facilmente identificabili: soprattutto La scuola di Daniele Luchetti e Come te nessuno mai di Gabriele Muccino appaiono due pellicole a cui il cineasta si è rapportato non tanto per la trattazione della trama principale quanto per la costruzione di alcune situazioni e la loro conseguente resa cinematografica.

Constatato quindi che La scuola è finita non lavora sull’originalità e pecca anche di una certa retorica nello scioglimento finale della storia (e questo è senz’altro il suo difetto maggiore), va invece addebitata al film una certa, bizzarra energia. Ad essere particolarmente interessante è proprio l’oggetto-scuola come viene delineata da Jalongo: un calderone assurdo e sconclusionato di colori, graffiti, porte sfondate, intonaco che cade a pezzi. I personaggi si trovano a gravitare in questa sorta di limbo colorato e chiassoso, violento e poetico, in cui tutta la logica si perde. Simbolo di tutto questo è prima di tutto il giovane protagonista, ed in maniera secondaria ma non meno precisa i due professori, che possiedono delle psicologie accennate e confuse, le quali oscillano stranamente tra le ovvietà più trite ed alcuni momenti di lucida irrazionalità. Purtroppo per il film Jalongo poi non riesce ad incanalare tutto questo magma vitale in una storia ben strutturata ed in psicologie valevoli. In questo modo La scuola è finita getta al vento la quasi totalità delle sue potenzialità, e rimane un prodotto spurio, farraginoso, incompiuto. A rafforzarne l’efficacia non partecipa neppure un gruppo di attori non particolarmente vibranti, fatta eccezione per una Valeria Golino che in un paio di scene risulta totalmente coinvolgente.

Rispetto alla surreale, inquietante idea di messa in scena che ha lasciato intravedere nella scelta dei setting e nell’ideazione delle scenografie, La scuola è finita si tramuta in un lungometraggio fin troppo schematico ed inserito in alcune determinate logiche del cinema italiano, “gabbie” economiche e narrative che diventano esse stesse una forma di autocensura preventiva rispetto all’idea di osare veramente qualcosa di nuovo, anche se sanamente sconclusionato. Jalongo ha gettato alle ortiche una curiosa opportunità, e la sensazione netta è che sia un vero peccato.




  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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