La scuola cattolica: recensione del film di Stefano Mordini, tratto dall'omonimo bestseller, presentato a Venezia 2021

07 settembre 2021
2.5 di 5
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La scuola cattolica è l'adattamento del romanzo vincitore del Premio Strega scritto da Edoardo Albinati. Diretto da Stefano Mordini, è stato presentato Fuori concorso al Festival di Venezia 2021. La recensione di Mauro Donzelli.

La scuola cattolica: recensione del film di Stefano Mordini, tratto dall'omonimo bestseller, presentato a Venezia 2021

Un’avvertenza dovuta. Il film che Stefano Mordini ha tratto da La scuola cattolica, romanzo di Edoardo Albinati da quasi 1300 pagine vincitore del Premio Strega, non è un saggio storico. Il contesto politico è dato per assodato. Prendere o lasciare. Il film cerca di universalizzare la vicenda e i suoi protagonisti. Quello che racconta è un microcosmo sociale, in cui alcuni ragazzi in ebollizione si trovano davanti al bivio che affrontiamo tutti durante l’adolescenza: che essere umano diventare. 

Siamo in un quartiere borghese di Roma, nel 1975. Una scuola cattolica forma la classe dirigente del futuro. Alle spalle, famiglie che cercano di proteggerli da un paese polarizzato, in preda a tumulti e scontri pressoché quotidiani. “La violenza era all’ordine del giorno”, come dice un po’ didascalicamente un’insistita voce fuori campo. Con gli occhi di Edoardo conosciamo alcuni suoi compagni, entriamo nelle loro case, capendo alla radice da dove provengano ossessioni e paure. Li incontriamo per la prima volta in piscina, i ragazzi della scuola, durante la lezione di educazione fisica, in un ampio spazio in stile littorio. Un primo indizio, apparentemente di ordinaria quotidianità, della montante dinamica cameratesca in atto fra alcuni di loro. Una rappresentazione della potenza del privilegio, l’azione oltre al pensiero. Una chiamata alle armi di un manipolo di miliziani in formazione, che abitano i luoghi in cui si formano con crescente senso di dominio. Il Cattolicesimo è il collante di questo privilegio, un sigillo antico. Solo raramente, e da pochi, vissuto come sincera fede.

Corpi che si denuderanno in un malato rituale di violenza efferata, esplosa contro donne, a loro volta corpi da dominare. Una classe contro un’altra, socialmente più modesta. Una barbarie rara, il massacro del Circeo, che ha segnato generazioni e la società italiana. Un desiderio di supremazia che matura nelle classi della scuola, distorcendo idee di alcuni professori e letture distratte. “A chi ci provoca dolore siamo immensamente grati, quando smette”, come dice Albinati, nel libro e nel film, con la sua voce off. Stefano Mordini cerca di ricostruire il clima diffuso in quella realtà e in quegli anni, al di là dei tre ragazzi effettivamente autori del delitto. Un clima in cui era possibile effettivamente che l'equazione formativa potesse coinvolgere un passaggio da scapestrati a feroci assassini. Spinti anche dalla figura di Andrea Ghira, che qui assolve a un ruolo narrativo preciso, perdendo un po’ la caratterizzazione reale, quella di criminale di estrema destra. Viene lungamente evocato, prima di apparire al Circeo. Uno che idealizzava, da studente di liceo, il crimine come mezzo di affermazione sociale. 

 “Chi fa del male, lo fa anche a sé stesso”, in una ragnatela perversa di sadismo e sottomissione, in cui si susseguono riti di passaggio, per dimostrare di “essere un vero uomo”. Alla ricerca di un modo “per sfogare l’aggressività, altrimenti si accumula”. Il corpo, quello sociale e quello propriamente inteso, come supremazia e forma di potere.
La generazione de La scuola cattolica è la prima a godere i frutti della rivoluzione degli anni ’60, di consolidare una libertà praticamente illimitata, in un’Italia ormai benestante. Un patrimonio che dà alla testa e genera una cesura insanabile fra la generazione dei padri e quella dei figli. A interpretarli un gruppo di giovani attori, la maggior parte dei quali convincenti, dal carnefice Luca Vergoni alla vittima Benedetta Porcaroli.

La scuola cattolica rimane in bilico fra il distacco di un racconto di genere e l’empatia del dramma sociale. Evita consolidate ricette, senza rielaborarne una originale. Rimane sospeso in un limbo che lo rende fruibile, in alcuni momenti anche appassionante, senza però trovare una compiutezza complessiva, un senso di urgenza, un’anima



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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