La scelta di Barbara - la recensione del film di Christian Petzold

12 marzo 2013
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Procedendo per sottrazione e con stile molto sobrio, Christian Petzold riesce a descrivere con grande sensibilità le contraddizioni della DDR

La scelta di Barbara - la recensione del film di Christian Petzold

Vincitore dell'Orso d'Argento per la migliore regia al sessantaduesimo Festival di Berlino, La scelta di Barbara è uno di quei rari film in cui la forma e il contenuto arrivano a coincidere, servendo un unico scopo. Spieghiamo perché.

Arrivato al suo sesto lungometraggio, Chistian Petzold è riuscito a raccontare, attraverso uno stile sobrio ai limiti dell'anaffettività e con l'aiuto del montaggio e dei dialoghi, uno dei contesti storico-politici più complessi della seconda metà del secolo scorso: la Germania dell'Est prima della caduta del muro.
Altri prima di lui si erano lanciati in una simile avventura, ma lo sguardo di questo regista che ha studiato anche teatro e letteratura è davvero particolare.
La sua maniera di mostrare le atmosfere e le aberrazioni della DDR (prima fra tutte la mancanza di esercitare il libero arbitrio) è infatti completamente diversa dalla strada percorsa da Florian Henckel von Donnersmarck ne Le vite degli altri o da Wolfgang Becker in Good Bye Lenin, che avevano puntato su un'estetica fatta di luci livide e di cieli plumbei.

Per Petzold, che sceglie una natura lussureggiante e una provincia dai toni caldi, il grigiore e la claustrofobia sono invece degli stati d'animo, dei dati oggettivi progessivamente interiorizzati da tutti i suoi personaggi, a cominciare dalla protagonista femminile della storia. Donna austera e sospettosa, la sua Barbara altro non è che la metafora di un paese che si lascia vivere e che, come un animale spaventato dal temporale, si accquatta in un angolo con le orecchie basse ad aspettare che torni il sereno.

La vera rivoluzione, in tempi di ordini e regole, è che il sereno arriva davvero ed è questa apertura alla luce che rende film un'opera preziosa.
Certo si tratta di un cammino lento, graduale, di un difficoltoso viaggio verso il recupero della propria dignità attraverso l'esperienza del lavoro e dell'amore.
E' soprattutto quest'ultimo sentimento l'aspetto su cui il regista desidera insistere e non è un caso che il suo riferimento più importante sia Acque del Sud di Howard Hawks, cronaca di una passione spiata da agenti della polizia segreta.

Dobbiamo allora considerare La scelta di Barbara un film romantico? In un certo senso sì, e se anche Nina Hoss e Ronald Zehrfed non hanno l'allure né l'iconicità di Humprey Bogart e Lauren Bacall, per altri versi sono più interessanti e il merito è del loro mistero e della loro indecifrabilità.
Li conosciamo pian piano, perchè Christian Petzold, proprio come uno sceneggiatore accorto, semina indizi lungo l'intera narrazione, costruendo intorno alla love-story un intreccio da thriller che risolve la vicenda in un finale dal significato importante.

La scelta di Barbara non è un kammerspiel dal ritmo lento e dai personaggi bidimensionali, come scrive qualcuno, ma un film pieno di pudore che, a piccoli passi, scava nei segreti di due cuori umani e di un mondo che sembra essersi smarrito.




  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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