La rivincita: recensione dell'opera prima di Leo Muscato con Michele Venitucci

05 giugno 2020
2.5 di 5

Il drammaturgo Leo Muscato ha adattato una pièce teatrale, poi romanzo, dedicata a due fratelli e a una realtà del sud alle prese con la lotta contro una povertà inattesa e molto contemporanea.

La rivincita: recensione dell'opera prima di Leo Muscato con Michele Venitucci

Una famiglia, che poi sono due. Due fratelli e le rispettive mogli, in un paesino della Puglia, che vivono sullo stesso pianerottolo, uno accanto all’altro. Il drammaturgo Leo Muscato ha scelto La rivincita, una storia nata per il teatro e poi diventata un romanzo, per debuttare alla regia cinematografica. Una vicenda, quindi, che ormai conosce a perfezione, ideata anni fa, ma tristemente sempre più attuale ogni anno che passa, con una crisi che non accenna a placarsi, tutt’altro. Quella che viene messa in scena, con pacata umanità, è una lieve, quasi impercettibile discesa gli inferi, sotto la soglia del sostentamento economico, di due famiglie che fino a un attimo prima erano alla prese con il superfluo, anche se certo non ricche. 

Non somigliano al luogo comune della povertà di strada, i nuovi poveri raccontati prima da Michele Santeramo e poi da Leo Muscato. Iniziano con l’irruzione in paese di un (improbabile) nuovo progetto stradale, che andrà proprio a tagliare nel mezzo del bel terreno coltivato a ulivi da Vincenzo (Michele Cipriani) e Sabino (Michele Venitucci), i due fratelli al centro della nostra storia. Un esproprio è in vista, insomma, con tanto di risarcimento risibile, e qui si sommano un paio di situazioni non proprio così credibili, aggiungendo poi la necessità di ricorrere a uno strozzino e quindi la spirale che porta questi due liberi e piccoli imprenditori nei panni del ricatto della criminalità locale.

Lo stile è trattenuto, nonostante siano di mezzo grandi sconvolgimenti nella vita di queste due familie speculari, e presto intervengono anche grandi decisioni e slanci esistenziali, con la voglia di Vincenzo di avere un figlio che diventerà sempre più un ossessione, nonostante l’aver lavorato esposto a sostanze nocive l’abbia reso sterile. Mentre lui cerca una cura è tutto il contesto che sembra ammalarsi inconsapevole, scivolando senza perdere la voglia di rimanere in piedi. Il punto di forza de La rivincita sono queste fragilità in gioco, possedute nonostante tutto dall’arte di arrangiarsi, che non cercano nemici con cui prendersela, ma si rimboccano le maniche con dignità e lottano, per un obiettivo universale quanto talvolta apparentemente irraggiungibile: la felicità. Una vita che alleggerisca le giornate per sé e per la propria famiglia.

Fra Mike Leigh e Ken Loach, siamo al centro della quotidiana lotta in trincee combattuta sempre più da invisibili, ogni giorno, quella che tende a imporre un lavoro che è sempre meno strumento al servizio di una vita personale degna e serena, ma sempre più umiliazione e trionfo di una disumanizzazione nei rapporti fra lavoro e denaro. Anche avere un figlio, allora, diventa un atto di ribellione, un azzardo, una rivincita da perseguire a testa bassa e cuore aperto, nonostante tutto intorno sembra scoraggiante.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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