La regola del silenzio - The Company You Keep, la recensione del film di Robert Redford

06 settembre 2012
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Fedele allo spirito liberal che da sempre ha incarnato, Redford gira una sorta di nostalgico come eravamo di un generazione.

La regola del silenzio - The Company You Keep, la recensione del film di Robert Redford

Chi pensava che fossimo solo noi italiani, o al massimo qualche francese, a far cinema che parla degli anni della contestazione, della "meglio gioventù", dei sogni infranti, dei compagni che sbagliavano, si dovrà ricredere.
Perché La regola del silenzio - The Company You Keep, il film di Robert Redford tratto da un omonimo romanzo dei Neil Gordon, parla proprio di quello.
Però, a differenza di quanto usa dalle nostre parti, il come eravamo del regista e attore americano è tutto calato all’interno di una struttura industriale che mette le esigenze del cinema e del genere prima di tutto il resto. Soprattutto, prima delle più o meno legittime e apprezzabili rievocazioni nostalgiche.

Allora, quello che Redford ha diretto e interpretato (nel ruolo di un ex membro di un’organizzazione terrorista che, dopo 30 anni vissuti sotto copertura, viene scoperto e braccato dall’FBI che lo ritiene responsabile di un omicidio) è prima di tutto un convenzionale thriller.
Per quanto di stampo liberal e d’altri tempi, che assomma tutta una serie di convenzioni narrative (il giovane giornalista ambizioso, il ruolo della stampa, i federali un po’ ottusi, i legami sentimentali, il colpo di scena), pur sempre un thriller.
Su questo scheletro, negli spazi lasciati vuoti dalla struttura, nelle pieghe del racconto, Redford lavora ovviamente con uno spirito molto personale e che, come testimoniato anche dalle sue ultime regie, lavora sul passato con forte spirito critico riguardo al presente.

Assemblando un cast di grandi nomi, tutti amici di cinema e d’idee, l’americano sembra quasi ammettere implicitamente che lo scettro di grande icona liberal del cinema americano sia passato a George Clooney, e attraverso le peripezie del suo personaggio si ritaglia il ruolo di eminenza grigia, di ideologo, di archivista di una stagione invecchiata e segnata, ma ancora carica di senso e fascino, come il volto suo e di Julie Christie.
Da un lato i duetti tra loro, così come quelli che coinvolgono gente come Nick Nolte, Susan Sarandon, Richard Jenkins, Sam Elliott; dall’altro quelli tra la vecchia guardia e il giovane reporter ambizioso e ficcanaso di Shia LaBeouf, incarnazione di una generazione che ha ricevuto in eredità un mondo che l’ha fatta cinica e ignorante.
Non a caso solo tramite il sentimento, l’amore, e non la politica, si ricomporranno le fratture del passato e la nuova generazione imparerà e comprenderà.

Nonostante le lungaggini, le rigidità e il suo essere un po’ bolso, La regola del silenzio - The Company You Keep è allora un film che si lascia guardare e apprezzare proprio per la sua natura intimamente museale.
Il sospetto che un’operazione analoga, fatta in Italia, avrebbe infastidito è forte. Ma altrettanto forte è la certezza che certe solidità non le avrebbe mai avute.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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