La fille inconnue: la recensione del dramma dei fratelli Dardenne in concorso al Festival di Cannes 2016

18 maggio 2016
2.5 di 5
10

Adèle Haenel è un medico alle prese con un ossessivo senso di colpa.

La fille inconnue: la recensione del dramma dei fratelli Dardenne in concorso al Festival di Cannes 2016

“La diagnosi è la cosa più importante”. Sono le parole con cui la donna medico generico istruisce il suo stagista sull’aspetto più importante della sua esperienza, all’inizio del nuovo film dei fratelli Dardenne, La fille inconnue. Un convincimento che guida le sue azioni quando una sera citofonano al suo studio, un’ora dopo la chiusura dell’orario di visite. Distratta da un’accesa discussione con il suo collaboratore, gli ordina di non rispondere. La mattina dopo la polizia la ferma sotto il portone per dirle che una ragazza è stata trovata morta poco lontano. Il responso della telecamera di sorveglianza è molto chiaro: si tratta della persona a cui non ha risposto la sera prima.

Spinta dal senso di colpa inizia una missione investigativa con la costanza di un poliziotto e le motivazioni di una suora laica, andando alla ricerca delle dinamiche che hanno portato alla morte della ragazza. Individua subito le ragioni del suo male, della sua colpa, senza bisogno di stetoscopio. Per estirparlo si convince di dover dedicare le sue giornate alla risoluzione dell'enigma.

I fratelli Dardenne fissano al cavalletto la loro macchina da presa, utilizzano più dialoghi del solito, ma non abbandonano né il loro amato quartiere di Liegi né l’andamento morbidamente sempre uguale dello sviluppo della storia raccontata. La scelta della brava Adèle Haenel non allontana troppo la protagonista, Jenny, dalla figura di donna scelta in altre occasioni, ponendosi al servizio di un cinema che si ripete con una costanza ormai preoccupante: attento al rigore della messa in scena più che al piacere del racconto, riducendo in questo caso un'ossessione a una schematica ripetizione di gesti.

L’emozione non emerge fra le grigie giornate di questo medico che cerca di curare il suo senso di colpa di chiara matrice cattolica, e con esso insicurezze talvolta poco comprensibili. Il suo rapporto con i pazienti non è mai troppo empatico, ma la disponibilità con cui intende la missione la portano, dopo l’avvenimento con cui si apre il film, a sovrapporre sempre più un approccio psicanalitco - se non da confessore - alla cura del corpo.

Nonostante le tappe della sua indagine possano rimandare alla struttura di un thriller, La fille inconnue procede stancamente senza guizzi, al massimo con inverosimiglianze difficili da non considerare, lasciando il rammarico di un apparizione fugace del solito splendido Olivier Gourmet, che fa alzare il livello di tensione del film; ma solo per pochi secondi. I fratelli belgi sembrano giunti a un punto morto della loro carriera: hanno perso lo slancio energico dei tempi migliori, fermandosi da qualche tempo alla riproposizione di quello che è ormai diventato un brand. La fille inconnue non di discosta da questo percorso involutivo, risulta algido e inconsistente, risolve le premesse di un parallelismo fra investigazione e professione medica, cura della colpa e del corpo, in una assoluzione sbrigativa urbi et orbi. Non ci resta che rimpiangere gli angoli taglienti dei Dardenne più efficaci, ormai smussati e levigati dall’usura. Della radicalità rimane il ricordo, così come della potenza politica.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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