La principessa e il ranocchio - recensione del film di Natale della Disney

10 dicembre 2009
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La Walt Disney ritorna al 2D con una fiaba apparentemente classica ma aperta al presente degli spettatori che da bambini videro La Sirenetta. Una sfida artistica e commerciale.

La principessa e il ranocchio - recensione del film di Natale della Disney

La principessa e il ranocchio - la recensione

Ambientato a New Orleans negli anni Venti, La Principessa e il Ranocchio segue le peripezie di Tiana, cameriera che sogna un locale tutto suo, alla quale il destino riserverà una trasformazione in ranocchia che le permetterà di trovare partner, senso della vita e vari bizzarri amici all'ombra di un allegro voodoo.

John Musker & Ron Clements sono i registi più indicati per inaugurare la nuova era bidimensionale della Disney, dopo aver diretto Basil l'investigatopo, La Sirenetta, Aladdin, Hercules e Il pianeta del tesoro. Nelle intenzioni di John Lasseter, padre della Pixar e direttore creativo anche della casa del Topo dopo la fusione Disney-Pixar del 2006, il recupero del 2D è una sfida artistica prima ancora che commerciale. Potendo usufruire dei maggiori talenti rimasti nel campo di una tecnica in disarmo nei grandi budget, La principessa e il ranocchio è paradigmatico: se le ultime meraviglie digitali della Pixar e della DreamWorks hanno fuso la caricatura con la fluidità e il dettaglio del fotorealismo, il 2D screma lo sguardo dell'artista da quest'ultimo. L'interpretazione ha la meglio sulla rappresentazione. E' una sfida percettiva per lo spettatore abituato non solo alla modellazione 3D, ma anche ultimamente alla visione di essa con gli appositi occhialini. Il 2D è chiamato a ribadire la sua verità proponendo al pubblico la sua “falsità”, il suo filtro sintetico.

Consapevoli forse di questo rischio, i registi e sceneggiatori si sono messi al sicuro con la stessa strategia di salvataggio che nel 1990 permise alla Sirenetta di riappropriarsi di una tradizione. Da un lato scomodano le regole di una fiaba, con corollario di caratteristi canterini, citando a tutto spiano: il coccodrillo viene dalla tradizione di Peter Pan e Le avventure di Bianca e Bernie ma canta e balla come Baloo, Raymond (il personaggio meglio risolto) è un Evinrude elaborato, la stregona Mama Odie piroetta come Magò. All'opposto caratterizzano la protagonista con un occhio all'oggi.

E' qui che il recupero del 2D tradisce un fine nostalgico più sottile e non alieno dalla strategia di “recupero miti” (tra remake e reboot) alla quale l'intera Hollywood sembra essersi accodata: come la Sirenetta era un'adolescente che sembrava uscita da un film di John Hughes, tanto Tiana è un'adulta che sogna la realizzazione professionale sbarcando il lunario. In altre parole, la riproposta del 2D si appella a chi nel 1989 aveva l'età della Sirenetta e l'aveva amata, e ora si barcamena nella crisi scoprendosi adulto con i mezzi insufficienti per definirsi tale, in un mondo black memore di Obama e commosso per la semiannientata New Orleans. Il terreno era stato preparato due anni fa con Come d'incanto, dove il discorso che giustapponeva realtà e cartoon era esplicito e non sottotraccia.

Nostalgico o meno, La principessa e il ranocchio regge bene: corretta ma senza picchi la colonna sonora di Randy Newman, eleganti le animazioni, e un copione che dà ad ogni personaggio lo spazio commisurato alla sua funzione nella storia. Non è un punto di arrivo, ma si può ricominciare da qui.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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