La passione - recensione del film di Carlo Mazzacurati

23 settembre 2010
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Dopo la presentazione in concorso alla scorsa edizione del festival di venezia, esce nelle nostre sale il nuovo film di Carlo Mazzacurati, La passione, interpretato da Silvio Orlando, Giuseppe Battiston e molti altri nomi noti del nostro cinema.

La passione - recensione del film di Carlo Mazzacurati

La passione - la recensione

Sarebbe stato facile, scorrendone la sinossi, presupporre che La passione potesse essere sintetizzato come una sorta di confessione metacinematografica e perlomeno parzialmente autobiografica del suo autore, Carlo Mazzacurati. Ma pur mettendo in scena chiaramente delle ansie che possono averlo riguardato da vicino, e pur lanciando qualche (non troppo) amichevole frecciatina al mondo del cinema di casa nostra, appare chiaro che il regista padovano mira a trascendere lo specifico della trama e dello stereotipo dell’artista in crisi, cercando di mettere in luce e documentare a suo modo lo stato di deriva sociale e culturale del nostro paese.

Ci sono quindi due anime che scorrono parallele, ne La passione: la prima più superficiale, la seconda maggiormente in profondità, che riescono a tratti ad intrecciarsi e rovesciarsi senza mai diventare eccessivamente ingarbugliate o strozzarsi a vicenda. E due sono anche le anime del registro narrativo che Mazzacurati sceglie di utilizzare, fin troppo enfatizzate dalla scelta di Silvio Orlando come protagonista.

La passione parte infatti come una commedia pura, ostentando una comicità spesso grottesca e caricaturale, ben supportata da una sceneggiatura firmata dallo stesso regista con Umberto Contarello, Doriana Leondeff e Marco Pettenello. E nonostante qualche aritmia dovuta ad una mano non esattamente avvezza a queste tonalità, La passione assegna qualche buon colpo: specie quando si tratta di prendere di mira il dietro le quinte del mondo del cinema. Battuta significativa in questo senso, e una delle migliori del film in toto, è quando l’ex galeotto interpretato da Giuseppe Battiston si rivolge al suo maestro e mentore Orlando dicendo: “già, voi del mondo del cinema vi date tutti del tu. Anche noi in galera.”
Ma col procedere e il complicarsi delle vicende, ovvero con l’esplicitazione di quell’iniziale sottotesto che riguarda la cultura e il carattere dell’Italia dei giorni nostri, la tradizionale vena malinconica e un vagamente pessimista di Mazzacurati - prende il sopravvento. Punto di rottura, chiaramente simbolico, è il confronto tra il protagonista e la stellina della tv di Cristiana Capotondi, vera e propria incarnazione della vacuità e della protervia che rappresentano lo status quo. Ma Mazzacurati ne ha anche per l’Italia di ieri e l’altroieri, nel ritratto delle autorità comunali del paesino toscano teatro delle vicende, affabili arrogantelli che lo costringono ad un lavoro non voluto.

La passione quindi sembra prendere di mira non tanto un pensiero contestualizzato, quanto il concetto di potere: reale, relativo o effimero che sia. Un potere che corrompe e onnubila, che si sfoga regolarmente laddove la misura, l’umiltà, persino la debolezza sono mostrate e ammesse senza cercare maschere. Ed ecco allora il senso di un finale (pur non del tutto riuscito nella sua improvvisa svolta lirica) dove la travagliatissima messa in scena paesana riesce, infine, a realizzarsi con successo grazie alla mossa di un Ladrone che si sacrifica nel nome di un parallelo espiatorio, salvifico e cristologico dallo strano retrogusto, soffrendo pur riuscendo a trasformare lo scherno arrogante in applauso partecipe.

Mazzacurati (si) spiazza, ma firma comunque un'opera che segna un indubitabile passo avanti rispetto a titoli recenti, e sbagliati, come L'amore ritrovato e La giusta distanza. Un’opera bizzarra, ai limiti della schizofrenia, ma che nonostante qualche scivolata fa – appunto – della misura il suo punto forte. Quella misura che permette, tra l’altro, di incastonare nella narrazione l’istrionismo di un Corrado Guzzanti nel ruolo sopra le righe di un vanaglorioso attorucolo conciato come il professor Piton da un lato, e una non-storia d’amore tra Orlando e una brava Kasia Smutniak che ha il pregio di trovare i suoi confini ed evitare inopportune sbrodolature pseudo-romantiche.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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