La nostra vita, il film di Daniele Luchetti in concorso al Festival di Cannes 2010

20 maggio 2010
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Drammi familiari ed economici. Quelle classi sociali che un tempo si chiamavano (e che Daniele Luchetti continua a chiamare) "proletariato". Nuove periferie satellite delle grandi metropoli. Gli ingredienti di base de La nostra vita sembrerebbero suggerire un nuovo capitolo del cinema italiano pseudo-realista e compiaciuto dei drammi ...

La nostra vita, il film di Daniele Luchetti in concorso al Festival di Cannes 2010

La nostra vita, il film di Daniele Luchetti in concorso al Festival di Cannes 2010


Drammi familiari ed economici. Quelle classi sociali che un tempo si chiamavano (e che Daniele Luchetti continua a chiamare) "proletariato". Nuove periferie satellite delle grandi metropoli. Gli ingredienti di base de La nostra vita sembrerebbero suggerire un nuovo capitolo del cinema italiano pseudo-realista e compiaciuto dei drammi che racconta. Eppure.
Eppure Luchetti lavora sul concetto di realismo in chiave personale e interessante, tentando inoltre di ibridarlo con alcuni elementi della nostra commedia più caratteristica e rifiutando la tragedia a tutti i costi e fine a sé stessa.

Lo sguardo del regista sulle vicissitudini personali e lavorative del Claudio interpretato da un solido e appassionato Elio Germano (così come quello sulla sua famiglia, l’amico spacciatore di Luca Zingaretti o i vari “extracomunitari” che gli sono vicini in un modo o nell’altro) è intelligentemente orizzontale. Uno sguardo che evita (o tenta di evitare) le retoriche più abusate, i paternalismi e gli stereotipi facili, inseguendo invece l’obiettivo di una descrizione veritiera e verosimile di un certo tipo di microcosmi, senza che la stessa debba essere imposta come generica Verità.

Attraverso i dolori negati e le ossessioni rabbiose di Claudio, Luchetti riesce a fotografare con discreta efficacia caratteristiche endemiche della realtà nostrana (non solo) di oggi. Il carattere maschilista del protagonista, il suo negare e negarsi un lutto (quindi una mancanza) cercando di compensarla attraverso una ricerca tutta materiale di benessere ed equilibrio uscendo fuori dai binari dell’etica e della morale: elementi che rappresentano una tara sociale generalizzata e trasversale alla condizione sociale.

Ma La nostra vita sembra rifiutare la logica della spirale autodistruttiva, lanciando non tanto un segnale di speranza ma suggerendo una propulsione verso la stessa.
Lo si dimostra nell’affetto con cui Luchetti tratta l’umanità “semplice” di molti suoi personaggi – su tutti il fratello di Claudio interpretato da Raoul Bova, sorta di versione speculare del protagonista nella sua timidezza e nel suo rifugiarsi in valori basilari – ma anche attraverso un finale (vagamente contestato da alcuni perché “stonato”) che nega la spirale autodistruttiva e apre una deviazione e un recupero di sé imprevisti ma assolutamente non impossibili.

L’equilibrio cercato di Luchetti è complesso. Qualche scivolata da un lato o dall’altro della corda da parte del rischio. Ma la caduta è evitata, e La nostra vita completa il suo numero a testa alta e con legittimata soddisfazione, forte di un’innegabile sincerità.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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