La mia classe - recensione del film di Daniele Gaglianone con Valerio Mastandrea

02 settembre 2013
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Con un film nel film, Daniele Gaglianone rivendica il diritto alla dignità di chi è arrivato in Italia in cerca di speranza

La mia classe - recensione del film di Daniele Gaglianone con Valerio Mastandrea

Fra tanti mockumentary, found footage ed esempi più o meno celebri di metacinema, ci piacerebbe che a farsi strada fra le coscienze intorpidite fosse La mia classe di Daniele Gaglianone, un film nel film che nasce da un incidente di percorso, da un'inaspettata incursione della realtà nell'invenzione a cui segue un azzeccato escamotage.
Spieghiamo meglio.

All'inizio La mia classe era stato concepito come la storia di un maestro, interpretato da Valerio Mastandrea, che insegnava italiano a sedici giovani extracomunitari.
Pur rispettando un copione che reinventava in parte le loro esistenze, questi studenti dovevano condividere le loro esperienze di vita vissuta, trasformando così il film in un quasi-documentario.
Poi la lavorazione è stata interrotta da un problema relativo a un permesso di soggiorno, e allora il regista ha pensato di mischiare i due livelli, di mettersi in scena e di far saltare tutte le categorie a cui un racconto per immagini può essere ricondotto.
La sua è stata una scelta rischiosa, ma forse la più intelligente che un regista potesse fare se l'intento era quello di provare a scalfire la granitica indifferenza di chi non si cura dell'integrazione dello straniero.

Invece di ergersi a paladino di un'irrealizzabile giustizia alternativa, Gaglianone ha voluto mostrare la sua crisi creativa, il suo piccolo fallimento, con l'effetto di rendere la verità ancora più vera.
Ma non solo.
Come già aveva fatto Daniele Vicari con La nave dolce, il regista ha trasformato delle persone in personaggi, non nel senso di fugure fittizie, ma di esempi dal valore universale.
Pur nella diversità dei loro destini e delle loro incacellabili perdite, l'egiziano Shadi, la nigeriana Easther e l'iraniana Moahbobeh, sono infatti il simbolo del diritto al lavoro e di una dignità offesa dalla violenza ma prepotentemente desiderosa di una riaffermazione.
Le loro parole funzionano più di qualsiasi immagine di sbarchi, arresti e abusi, perché quando esiste un punto di vista, il messaggio arriva di più.

Anche Valerio Mastandrea contribuisce a questa dimensione di autenticità, nonostante il suo straniante entrare e uscire dal ruolo, e questo perché nel suo modo di rapportarsi alla classe emerge tutta l'umiltà di un attore che, quando si scontra con un disagio sociale da rappresentare, si pone delle domande sul valore educativo del cinema.
Leggiamo che, mentre girava il film, ha detto al suo regista: “Secondo me è tutto inutile”.
Il nostro augurio è che si sbagli, anche se sappiamo che ci vuole ben più di un film a cambiare un ottuso status quo.
 



La mia classe
Clip del film di Daniele Gaglianone con Valerio Mastandrea


  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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