La mafia non è più quella di una volta: recensione del film di Franco Maresco in concorso al Festival di Venezia 2019

06 settembre 2019
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Il pessimismo del regista palermitano si fa cosmico, ma con la sua intelligenza e la sua libertà regala un'esperienza che tocca la passione per il cinema e quella civile. Senza smettere di far ridere.

La mafia non è più quella di una volta: recensione del film di Franco Maresco in concorso al Festival di Venezia 2019

Si rimane quasi senza fiato, alla fine di La mafia non è più quella di una volta, per il pessimismo cosmico di Franco Maresco. Per il disincanto totale e l'assenza di speranza con la quale racconta la sua Palermo e la Sicilia tutta, e la Mafia, e l'illusione dell'anti-mafia.
Intendiamoci: si ride, e molto, guardando quello che nominalmente è un documentario puro, di fronte all'assurdo di una realtà che normalmente preferiamo rimuovere, o impacchettare nella carta quattro stagioni del trash, in modo da immunizzarlo. Quell'assurdo che Maresco, fin dai tempi di Cinico TV, ha saputo raccontare in maniera unica, a cavallo tra provocazione situazionista e aderenza alla realtà, tra grottesco esibito e  perturbanza latente.
Ma sotto la risata, è inevitabile provare del disagio profondo, è impossibile non percepire come, se l'occhio è cinico (appunto) e carico di sarcastica sfida, il cuore di Maresco è stanco e appesantito, il suo pensiero più che rabbuiato.

Nel 2017, in occasione del 25ennale delle stragi di Capaci e Via D'Amelio, Maresco sceglie di andare a vedere cosa stia succedendo per le strade di Palermo, e quale sia davvero, oggi, il ricordo e l'eredità dei due giudici antimafia. Lo fa accompagnandosi all'amica Letizia Battaglia, la "fotografa della mafia", la donna che per anni ha documentato col suo obiettivo gli orrori e le stragi della Seconda Guerra di Mafia.
Come Maresco, è anche lei inorridita dal circo di manifestazioni vacue, puramente formali, tramutate in feste per un giorno utili a far dimenticare tutto il giorno successivo, come il giorno successivo pensano a tutt'altro i politici calati da Roma.
Eppure Battaglia non ha perso la speranza, vi rimane aperta, e continua a lottare - senza qualche vittoria - perché la lotta alla mafia torni a essere portata avanti con gesti concreti.
Con lei Maresco visita anche il Ciccio Mira che abbiamo imparato a conoscere ai tempi di Belluscone, e che con la fotografa è l'altra polarità esplicita del film di La mafia non è più quella di una volta (titolo che arriva proprio da una frase pronunciata da questo bizzarro personaggio). Mira, che è alle prese con l'organizzazione di un concerto di neomelodici in memoria di Falcone e Borsellino nel contesto ostile dello ZEN, e che - come i suoi artisti, o presunti tali - vive il paradosso di non voler raccontare per nessun motivo al mondo la sua iniziativa come "contro la mafia".
Mira, nel film di Maresco, è sempre in bianco e nero. E non solo perché il bianco e nero è storicamente la cifra estetica del regista palermitano.
Mira è in bianco e nero perché così contrasta coi colori (anche nei capelli) di Letizia Battaglia, e perché è inchiodato a un passato oramai lontano, senza essersi reso conto che oramai anche la mafia non ha problemi di fronte alla messa in scena pubblica dell'antimafia.

Tra lunari adolescenti neomelodici con problemi mentali, produttori fifoni, trans infastiditi dalle riprese, e aneddoti che fanno incrociare l'infanzia di Mira con quella del giovane Sergio Mattarella (cui l'impresario dedicherà, dopo quella per Falcone e Borsellino, un'alta iniziativa, con la quale Maresco chiude il film in maniera straniante e inquietante), La mafia non è più quella di una volta non dimentica nemmeno di tirare in ballo la sentenza di condanna degli imputati del processo sulla cosiddetta Trattativa stato-mafia (ricordando con amarezza anche il silenzio dello stesso Presidente della Repubblica).
Raccontando questi mondi, questi personaggi e questi eventi, Franco Maresco sembra raccontare di un buco nero nel quale è caduta la speranza di una nuova primavera palermitana, di un reale investimento sull'eredità di Falcone e Borsellino, di una possibilità concreta di debellare il male che avviluppa la sua isola.
Lo fa con una creatività spericolata ma mai incosciente, con una lucidità  capace di scuotere e spaventare, con una libertà di linguaggio che non solo gli evita di ripetere sé stesso - a dispetto della riproposizione di temi e figure - ma che gli permette di esprimere al meglio tutta la complessa stratificazione del suo film, di fondere in maniera nucleare la realtà e la finzione, la farsa e la tragedia che è in grado di raccontare senza necessariamente alternarle, ma simultaneamente, in maniera politonale.
Vedere La mafia non è più quella di una volta è allora un'esperienza profonda e importante, capace di toccare allo stesso tempo la nostra passione per il cinema e quella civile e politica.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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