La macchinazione, recensione del film denuncia di David Grieco sulla morte di Pier Paolo Pasolini

21 marzo 2016
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Non è stato Pino Pelosi, a uccidere l'intellettuale all'Idroscalo di Ostia, e Grieco ci racconta chi e perché.

La macchinazione, recensione del film denuncia di David Grieco sulla morte di Pier Paolo Pasolini

Ha ragione David Grieco, quando sostiene che l'omosessualità di Pier Paolo Pasolini è in Italia qualcosa che mette in ombra ogni altro aspetto della vita e della morte infame del grande intellettuale.
Talmente ragione da decidere di aprire il suo film con una scena in cui Pasolini pratica una fellatio in auto al giovane Pino Pelosi, parcheggiato sotto un cavalcavia di Corso Francia.
D'altronde, la dichiarata omosessualità era ed è parte di tutta quell'iconografia pasoliniana che il film di Grieco mette puntualmente in scena: la mamma, la sorella, Moravia, le partite a pallone sui campi polverosi di periferia, i ragazzi di vita, le borgate, la macchina da scrivere, i libri, i film, le provocazioni, il Biondo Tevere, l'Alfa GT, l'idroscalo. E, ovviamente gli inconfondibili occhiali, che rendono straordinariamente somigliante a quello di Pasolini il volto di un Massimo Ranieri che, però, è di una categoria di peso del tutto diversa da quella di Pier Paolo (e una scena un po' impietosa di pallone, con tanto di maglietta aderente addosso, lo mostra in tutta la sua evidenza).

Si tratta, d'altronde, della stessa iconografia utilizzata due anni fa da Abel Ferrara, che però giocava maggiormente con l'astrazione e con gli echi contemporanei delle profetiche parole del Pasolini di allora. A Grieco, invece, sta a cuore altro, e lo dichiara nel titolo del suo film, La macchinazione: qui siamo nei territori del cinema civile, qui si vuole per la prima volta parlare apertamente del fatto che responsabile della morte dell'intellettuale non era certo Pelosi, e che a uccidere Pasolini sia stato il suo lavoro su Eugenio Cefis, allora presidente della Montedison e fondatore della loggia P2: il suo romanzo inedito “Petrolio”.
Come in ogni altro mistero italiano di quegli anni che si rispetti, anche il delitto Pasolini, secondo la tesi di Grieco, è figlio della cospirazione che frullava insieme servizi deviati, neofascisti, massoni e potere politico-economico corrotto, con lo zampino dell'immancabile Banda della Magliana.
Ma se raccontare questa verità – giudiziariamente non ancora provata ma piuttosto ovvia – è senz'altro meritorio da parte di Grieco, non va dimenticato che il mezzo che ha scelto per esprimersi, il cinema, ha le sue esigenze. Che, qui, non sempre vengono rispettate.

Tutto preso com'è dalla sua missione, La macchinazione lascia per strada dei pezzi importanti, e ne aggiunge altri non necessari. La necessità di far passare una tesi, e dimostrare il complotto, irrigidisce gli snodi della sceneggiatura, fa eccedere nelle punteggiature (quelle che, ad esempio, dimostrano come Pasolini fosse tutt'altro che un'esile ometto incapace di assestare un pugno o di difendersi), relega in secondo piano l'importanza concettuale e teorica del suo pensiero o, per converso, ne mostra la preveggenza quasi messianica con scene francamente oltre il limite del consentito: come le visioni a occhi aperti che ha PPP del futuro che stiamo vivendo, una matrice popolata da tronisti attaccati allo smartphone col primato della finanza che gli scorre alle spalle.

Lasciamo perdere che poi La macchinazione in questione sembra coinvolgere fin troppi esponenti della forze dell'ordine, e concentriamoci sul fatto che, nel film di Grieco, Libero De Rienzo fa la figura di Al Pacino.
Il giovane attore romano veste con la giusta dose d'incoscienza i panni di un driver della Banda della Magliana che finirà, suo malgrado, coinvolto nella morte di Pasolini, e stacca di una spanna tutti gli altri interpreti del film, un Ranieri compreso. Il napoletano, infatti, è rigido e troppo pensoso, mentre a penalizzare l'interpretazione del bravo Matteo Taranto (un altro malavitoso de borgata) c'è la scelta di imporgli un romanesco sotto al quale non scompare l'accento naturale dell'attore spezzino.

Scelte pasoliniane, si difende Grieco, così come lo è quella di un esordiente di periferia nei panni di Pelosi. Ma quanti errori si sono commessi, da quarant'anni a questa parte, auto-assolti nel nome di una radice pasoliniana, spesso magari anche tradita, o comunque abusata?
Non bastano quindi le musiche dei Pink Floyd, o i bei costumi di Nicoletta Taranta, a dare compattezza cinematografica a un film che gioca con gli effetti flou o che a volte sembra procedere un po' a tentoni, appoggiandosi a ovvietà paratelevisive e alla forza (quella innegabile) del suo argomento e della sua tesi: non bastano, ed è un peccato; forse non basterebbero nemmeno allo stesso Pasolini.
La macchinazione di Grieco è troppo macchinosa, troppo borghese, paradossalmente troppo poco coraggiosa e irriverente, se l'unico pensiero realmente espresso e insieme l'unica falla di Pasolini erano le dichiarazioni sulla scuola dell'obbligo che è costretto a rimangiarsi davanti a un ragazzo autistico, mentre Pelosi aspira rumorosamente spaghetti, al solito tavolo del solito Biondo Tevere.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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