La leggenda di Kaspar Hauser - la recensione del film di Davide Manuli

12 giugno 2013
3.5 di 5

Sperimentazione e coraggio in una personale rilettura del mito

La leggenda di Kaspar Hauser - la recensione del film di Davide Manuli

In un'isola abitata solo da personaggi-archetipi, torna portato dal mare il misterioso giovane Kaspar Hauser. Raccolto dallo Sceriffo, impara da quest'ultimo il lavoro di DJ, ma la Granduchessa, autorità dell'isola con un Pusher al suo servizio, è gelosa della centralità che Kaspar acquista nella vita di chi lo incontra.

Secondo Davide Manuli, autore di La leggenda di Kaspar Hauser, il suo film forma un dittico (in stile e contenuti) con il precedente Beket del 2008, con la differenza che in questo caso il tema non è l'assurdo dell'esistenza, bensì la difficoltà della comunicazione, a conti fatti un'estensione delle constatazioni di Beket.
E' sempre una sfida non indifferente usare il cinema, che è un mezzo di comunicazione, per mettere in scena la difficoltà di comunicare. E' una rischiosa (apparente) contraddizione, proprio per questo stimolante, che richiede una destrutturazione della narrativa e della forma più risapute. E' un guardare al lavoro dell'evocato Samuel Beckett, che in letteratura e nel teatro sottopose la scrittura alla stessa affascinante prova di resistenza.

Dialoghi che sembrano o diventano monologhi, bianco e nero, ossessiva musica elettronica (originale!) di Vitalic, piani sequenza a camera fissa o incantata in movimenti ripetitivi e ipnotici: strumenti che in mano a Davide Manuli non sembrano risultato di uno snobismo, ma della concreta necessità artistica di cui sopra.

E' astrattismo che usa elementi dissonanti senza pretendere di amalgamarli, se non nell'intenzione generale di curativo disturbo: il Pusher parla in italiano con accento americano, lo Sceriffo in inglese con accento del Sud degli Stati Uniti, il Prete in pugliese sguaiato, due personaggi secondari hanno accento sardo, le donne si esprimono in puro italiano, l'ambientazione sarda è un non-luogo fatto solo di esterni. Spolpato il vero mito di Kaspar Hauser della sua databilità, Manuli ne mantiene la sostanza: il mistero di una figura che destabilizza (come il film intero fa) i fragili equilibri solitari delle sue grottesche figure (e nostri).

Aiutano la riuscita dell'esperimento Vincent Gallo, col doppio ruolo del Pusher e dello Sceriffo, perfettamente a suo agio nel cinema extra-mondo nel quale si riconosce, ma soprattutto l'incredibile performance dell'attrice e ballerina Silvia Calderoni: la sua androgina interpretazione di Kaspar incarna la dissonanza e l'intensità dell'intera operazione in modo consono. Fabrizio Gifuni, prete barlettano, esplode in uno dei monologhi più spiazzanti del film.

E' vero che qualche divagazione ricorda Ciprì e Maresco, ma forse perché gli autori siciliani nascono dalle stesse riflessioni linguistiche di Manuli, non perché quest'ultimo segua specificamente la loro scia. Qualcuno dirà che La leggenda di Kaspar Hauser non è un cinema adatto al grande pubblico: vero anche questo, ma è un tipo di sfida che si accetta più volentieri se è accompagnata, come in questo caso, da una professionalità evidente.




  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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