La legge del mercato: la recensione del dramma sul lavoro presentato a Cannes 2015

18 maggio 2015
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Vincent Lindon è protagonista di una storia molto attuale.

La legge del mercato: la recensione del dramma sul lavoro presentato a Cannes 2015

Il lavoro è il tema per eccellenza della società europea degli ultimi anni. Come nelle migliori sceneggiature lo rimpiangiamo quando lo perdiamo. Il cinema cerca di raccontarlo da tempo, con varie gradazioni di impegno ed efficacia. Le radici di La loi du marché affondano nel cinema del primo Laurent Cantet, ma soprattutto nello stile visivo ed emotivo del cinema raffreddato dei fratelli Dardenne. Camera a spalla, incollata sul viso o la nuca del protagonista, per raccontare un marginale. Thierry ( Vincent Lindon) è un cinquantenne che ha perso lavoro da venti mesi e cerca di riconvertire la propria professionalità. In epoca di dibattito nostrano sul reddito di cittadinanza rivendica il valore identitario del lavoro, vivendo gli aiuti sociali di uno stato chioccia come quello francese con sofferenza.

Rimettersi in gioco a quell’età è ovviamente uno sforzo titanico ancor prima interiore che materiale; una rincorsa di umiltà, che rischia di diventare rassegnazione. Il film di Stéphane Brizé si svolge quasi interamente all’interno di una di quelle piccole stanze ufficio risparmiate dall'invadenza degli open space. Non che sia un valore aggiunto, visto che sono un trionfo di neon e scrivanie dozzinali, dietro alle quali il protagonista di siede per sentire spiegazioni assurde, subendo senza poter reagire al continuo declassamento della sua condizione sociale ed emotiva. Nel processo di spersonalizzazione del rapporto lavorativo i colloqui si fanno su skype.

Come tradizione del nostro vecchio continente, almeno al cinema, ci si rimette in gioco solo perché costretti da fattori esterni, vivendo la situazione come un lutto da elaborare; al contrario dello spirito anglosassone che veicola il valore propositivo della seconda possibilità da cogliere al volo, del moto continuo professionale, oltre che sociale. Thierry prosegue i suoi tentativi con l’ostinazione di chi ha sulle spalle una famiglia, per di più con un figlio disabile (era necessario accumulare anche questo peso?). In anni come questi si deve ritenere anche fortunato: ottiene un lavoro, in cui dopo aver tanto subito le decisioni altrui, diventa arbitro del destino di altre persone. Il suo compito è quello di controllare eventuali furti in un grande magazzino, anonimo crocevia in un anonimo centro commerciale.

Occasione per mettere alla prova la sua capacità di non smarrire l’identificazione con i marginali, senza vendere l’anima a chi interpreta alla lettera leggi e regolamenti per umiliare piccole disperazioni. Proprio dignità e umiliazione sono in gioco in un film che arriva con qualche anno di ritardo e ripropone archetipi abusati - come il centro commerciale fulcro di una società spersonalizzata - accumulando lunghe scene di dialogo ottimamente interpretate da Vincent Lindon. È proprio la sorprendente misura di quest’ultimo a rendere La loi du marché credibile e profondamente reale. Come la crisi esistente nel rapporto fra uomo e lavoro.

 



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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