La kryptonite nella borsa - la recensione del film

02 novembre 2011
2.5 di 5
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Quella parola proveniente dal mondo dei fumetti fa intuire da subito, senza nemmeno dover vedere un singolo fotogramma del girato, come l'esordio nella regia dello sceneggiatore e scrittore Ivan Cotroneo trovi nella categoria vasta e ambivalente del pop il suo riferimento fondante.

La kryptonite nella borsa - la recensione del film

La kryptonite nella borsa - la recensione del film


Basterebbe il titolo.
Quella parola proveniente dal mondo dei fumetti fa intuire da subito, senza nemmeno dover vedere un singolo fotogramma del girato, come l'esordio nella regia dello sceneggiatore e scrittore Ivan Cotroneo trovi nella categoria vasta e ambivalente del "pop" il suo riferimento fondante.
Ma se il pop è la più facile e accessibile delle coperte, può risultare lo stesso irrimediabilmente corta, se non usata nel modo opportuno.

Portando al cinema il suo romanzo omonimo, che ha rielaborato assieme a Monica Rametta e Ludovica Rampoldi, Cotroneo ha commesso un errore di fondo che non sappiamo se essere dovuto a un eccesso di confidenza o all’ansia di dimostrare qualcosa. Perché, paradossalmente, La kryptonite nella borsa è un film molto più attento alla regia, che non alla scrittura e alla narrazione.
Il ritratto di una famiglia normalissima nella sua sregolatezza, nel contesto della Napoli sospesa tra tradizione e progressismo del 1973, è infatti portato avanti con grande attenzione formale, con scelte insolite (e persino apprezzabili) per quanto riguarda le soluzioni estetiche. Dalla scelta delle inquadrature alle scenografie e i costumi, passando per le musiche, Cotroneo è attentissimo a curare ogni dettaglio, a ricoprire tutto di una patina fatta di bizzarri surrealismi immaginativi e vagamente psichedelici.
L'estetica della tazzulella e cafè e quella dell'LSD che si fondono insieme, strizzando di continuo l'occhio allo spettatore.

Ma parlavamo di coperte. E allora non si può non constatare che sotto il gradevole abito indossato, La kryptonite nella borsa nasconde un'ossatura esile, ai limiti del fragile. Né singolare coming of age del bambino Peppino (comunque centro gravitazionale del film) né reale vicenda corale che tocchi con la dovuta attenzione le parabole narrative dei singoli familiari, il film di Cotroneo pare curiosamente incerto su cosa (e come) raccontare, finendo con l’appiattirsi sull'elogio della differenza nel primo caso e su una nostalgica rivendicazione del diritto alla libertà di scelta.

La kryptonite nella borsa diventa allora un assemblaggio di episodi, quasi di sketch, magari singolarmente anche riusciti, ma mancanti di un vero collante e di un trait d’union narrativo. E la singola battuta, l'esplosione improvvisa di una bolla surreale o la canzonetta giusta al punto giusto sono espressioni di programmatica carineria più che di un progetto estetico organico e sentito.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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