La frode - la recensione del film con Richard Gere

06 marzo 2013
2.5 di 5

Nicholas Jarecki ci restituisce un puntuale affresco del mondo della finanza, ma si perde quando dimostra troppa simpatia per il suo protagonista

La frode - la recensione del film con Richard Gere

Come aveva fatto Allen Hughes in Broken City, anche Nicholas Jarecki sceglie, per il suo La frode, di affrontare il genere thriller/noir con un occhio rivolto al cinema degli anni '70, quello di un Sidney Lumet, per esempio.
Pur partendo da storie e da ambienti diversi (da una parte la giustizia e la mala politica, dall'altra la finanza), questi due registi così dissimili per percorso hanno avuto il merito, seppur a costo di intrecci forse troppo ingarbugliati, di tentare un cinema niente affatto fracassone, testosteronico, iperdinamico, un cinema rigorosamente indipendente che, se non altro, ci lascia uscire dalle acque limacciose della ripetizione seriale.

Alla sua prima prova dietro la macchina da presa, Jarecki supera però il suo rivale: non tanto in fatto di stile e di padronanza del mezzo, quanto di capacità di analisi di un mondo complesso come quello dell'alta finanza, un contesto in cui squali come Gordon Gekko non sono più in grado di nuotare e chi si macchia di frode viene velocemente scoperto. E' l'era telematica, bellezza, e non c'è inganno che tenga.
Accade però che, in tempi di arte di arrangiarsi, un colpevole dotato di scaltrezza, savoir-faire e giusta autostima diventi un vero e proprio antieroe, una simpatica canaglia assetata di potere e denaro per cui segretamente parteggiare.
Se poi a interpretarlo è un attore che suscita quasi sempre empatia, ecco che il film di Jarecki diventa, se non moralmente discutibile, perché l'intento del regista è di denuncia, comunque ambiguo.
Nella sua storia, infatti, i buoni rischiano la galera, muoiono spappolati fa le lamiere o si riscattano solo quando dimostrano più astuzia di coloro che li raggirano.

Astuzia... è questa la parola magica de La frode, la chiave che apre tutte le porte, l'arma grazie alla quale un fascinoso WASP che sembra appena uscito dalla vetrina di Brioni può sperare di lasciare l'arena vittorioso. Jarecki non giudica il suo personaggio, non lo riduce a una pedina del disonesto gioco della vita.
Lo ama e lo osserva divertito mentre tenta di uscire da un labirinto non meno insidioso di quello di Minosse.

Anche noi ci divertiamo, ma è da Richard Gere che veniamo sedotti e catturati, non da Robert Miller, che di fondo rimane uguale a se stesso.
A nulla vale, poi, l'introduzione di un subplot che dovrebbe mostrarci il lato umano e filantropico del personaggio né il tentativo di cambiare tono attraverso un Tim Roth che, nei panni di uno strafottente detective, cita troppo il se stesso tarantiniano.

Restano una buona dose di tensione legata all'esito della vicenda e l'idea che, laddove la giustizia e la legge non arrivano, intervengono i legami familiari, che minacciano seriamente di dissolversi.
Non è cosa da poco, visto che nemmeno il più cinico fra gli individui alla fine può bastare a se stesso.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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