The Sea of Trees: recensione del film di Gus Van Sant in concorso al Festival di Cannes 2015

16 maggio 2015
1.5 di 5
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Su, armatevi di coraggio e confessatecelo: chi ha rubato Gus Van Sant?

The Sea of Trees: recensione del film di Gus Van Sant in concorso al Festival di Cannes 2015

Chi ha rubato Gus Van Sant? Sono stati gli ultracorpi? Gli uomini in nero? Hollywood? O più semplicemente, e drammaticamente, Van Sant ha smarrito sé stesso, il suo sguardo e il suo cinema, distratto da chissà quali pensieri?
È pressoché impossibile, infatti, rinvenire tracce d'impronte digitali dell'americano sulla superficie e sul contenuto di un film, The Sea of Trees, che fa rimpiangere persino Scoprendo Forrester, che non si sa da che parte prendere per tentare di salvarlo da un naufragio pressoché disastroso.

Nel raccontare la storia di un americano (Matthew McConaughey) che parte alla volta del Giappone e della famigerata Foresta dei suicidi per togliersi la vita, ma che viene interrotto prima e dissuaso poi dal suo intento dall'incontro con un uomo di Tokyo (Ken Watanabe), anche lui lì con gli stessi obiettivi, Van Sant si perde in un mare che non è fatto di alberi ma di estetismi inutili e, soprattutto, di una retorica del dolore che diventa da zuccherosa a grottesca via via che gli eventi si susseguono.

Certo, alle origini del male c'è una sceneggiatura, quella firmata dal Chris Sparling di Buried che attinge a piene mani nella retorica hollywoodiana, e che più procede più diventa ovvia e incongruente, fino al rivolo di finali ultra-buonisti e odoranti di una new age da Bignami: ma sorprende come Van Sant non abbia fatto su quella base meglio di un Lasse Hallström qualsiasi, incapace di piegare nulla di quel materiale, di farlo suo, di plasmarlo fino a ottenere qualcosa di leggermente diverso.

I volti sofferenti dei due attori, mal diretti; i monologhi dolorosi e retorici riservati a McConaughey (l'americano è l'unico che conta, Watanabe è un McGuffin che cammina); i flashback che ricostruiscono il suo passato, la sfortunata storia d'amore con Naomi Watts, e il percorso che l'ha condotto nella foresta; gli scambi di battute che hanno la piatta furberia strappalacrime delle fiction nostrane di prima serata: tutto contribuisce a spingere verso il basso un film davvero incomprensibile nella sua gestione.

Come abbia potuto Van Sant, che aveva raccontato in ben altro modo dolore e lutto con Restless, e lo smarrimento a due come percorso interiore in Gerry, perdere del tutto quella misura e quello stile, è un mistero. Come non abbia voluto trasformare il viaggio esistenziale, la deriva umana nella natura e nell'animo del personaggio di McConaughey in qualcosa che si potesse avvicinare all'All is Lost di J.C. Chandor, anche.
E invece, niente. In The See of Trees, testardamente, la parola prevale sempre sul silenzio, l'estetismo sul minimalismo, l'accumulo sulla sottrazione.

Quando poi si arriva alla fine, dopo che le sorprese ordite nel copione da Sparling non si rivelano affatto tali, ma colpi di scena telefonati che nemmeno in una soap opera con ambizioni, la sensazione è quella di totale incredulità, più che di cocente delusione.




  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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