La comune, recensione del film di Thomas Vinterberg presentato in concorso al Festival di Berlino

18 febbraio 2016
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In una comune, Thomas Vinterberg è vissuto davvero: da bambino, e fino ai suoi 19 anni. E anche senza saperlo, a guardare il suo nuovo film lo si intuisce.

La comune, recensione del film di Thomas Vinterberg presentato in concorso al Festival di Berlino

In una comune, Thomas Vinterberg è vissuto davvero: da bambino, e fino ai suoi 19 anni.
Anche senza saperlo, a guardare il suo nuovo film lo si intuisce: perché è chiaro che la 14enne Freja e il piccolo Vilads, bambino malato di cuore e dal destino segnato, unici non adulti della comune che comprende i loro genitori, altro non sono che proiezioni dello stesso regista.
Nella loro osservazione silenziosa, nel loro essere testimoni capaci a volte con la loro sola presenzadi riportare i grandi in carreggiata, quando sembrano destinati a deragliare catastroficamente, Freja e Vilads sono lo sguardo e la memoria del Vinterberg bambino .

Basato su un'opera teatrale dello stesso regista - che per portarla al cinema l'ha trasformata in sceneggiatura con l'aiuto del Tobias Lindholm con cui ha lavorato per gli ultimi tre film - La comune è esattamente quello che ci si può aspettare date le premesse: un'opera corale oscillante tra dramma e commedia, che mette in scena l'utopia appassionata e tutto sommato ingenua di una generazione, e ne racconta (con una metafora un po' ovvia) un destino segnato proprio come quello di Vilads.

Chiaramente colmo di affetto per i suoi personaggi e le loro storie, Vinterberg li ritrate in modo appassionato e partecipe, ma non si abbandona mai alla celebrazione e all'idealizzazione acritica di quel periodo e di quella filosofia di vita. Al contrario, ne mette in luce senza sadismi tutte le fragilità e le contraddizioni, capaci di lasciare segni dolorosi nelle vite dei singoli, e ne denuncia la miopia e la naivité.

Anna (una bravissima Trine Dyrholm), entusiasta promotrice di questo esperimento di vita comunitaria, che addirittura spinge il marito alla scelta di mettere a disposizione del progetto la grande casa di famiglia che ha appena ereditato, finirà vittima del suo stesso idealismo. Non una ma due volte.
Perché è lei che ha messo in gioco la posta più elevata, perdendo la scommessa e un marito che, in fondo, di vivere comunitariamente non aveva alcuna voglia.
Di fronte alla sua crisi, i meccanismi della comune mostrano la corda, tutti i loro limiti, e sarà proprio Freja a imporre, con una maturità che non le dovrebbe appartenere, e che viene tanto dal passato quanto dal futuro, una soluzione obbligata ai suoi patemi.

Aiutato da un cast di ottimo livello, Vinterberg lascia che il triangolo doloroso tra Anna, suo marito Erik e la nuova fiamma di quest'ultimo, la bella studentessa Emma, sia in primo piano in un racconto tanto intimo quanto collettivo. E mentre descrive il dolore lancinante per una separaione, si aggrappa ostinatamente all'ancora dei due personaggi più giovani, desiderosi di vita e di amore, e spettatori curiosi e interdetti degli inopinati libertarismi degli adulti: se l'esperienza de La comune è destinata al fallimento, in un modo o in un altro, se Anna vedrà trasformarsi il suo sogno in un incubo, questo non spingerà certo a Freja di diventare cinica, rinunciare alla speranza, e all'amore.

Nonostante il sentimento privato, e perfino egoistico, e le esigenze della collettività siano tragicamente sempre destinati a entrare in conflitto e a cortocircuitare qualsiasi tentativo di conciliazione (perché la natura umana è quella che è) il frutto di quelle esperienze, dice e si augura , è destinato a maturare, e a crescere in quell'humus garantito proprio dal marcire dell'albero che l'ha generato.
Amare, in un modo o in un altro, rimane l'unico imperativo necessario.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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