La cena di Natale: recensione della commedia con Riccardo Scamarcio e Laura Chiatti

17 novembre 2016
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Io che amo solo te un anno dopo: si torna tutti a Polignano a Mare, perla della Puglia. Con qualche new entry ma col lo spirito di sempre.

La cena di Natale: recensione della commedia con Riccardo Scamarcio e Laura Chiatti

Io che amo solo te 2 - Un anno dopo. Chissà perché non l'hanno chiamato così, La cena di Natale. Certo, c'era il libro di Bianchini, il traino e tutto il resto, ma in fondo sarebbe stato calzante, e anche ammiccante: perché cambia il titolo ma tutto il resto rimane lo stesso. Più o meno, perché son tutti un po' più seri.
A Polignano a Mare, a questo giro invernale ma solo fino a un certo punto, perché pure sotto Natale è sempre pieno di fiori coloratissimi, Riccardo Scamarcio continua ad andare tranquillamente in Vespa senza casco: anche se ci va da solo, perché sua moglie Laura Chiatti è incinta. Continua ad andare in Vespa senza casco e a spassarsela con l'amante di turno: che questa volta non è più la prosperosa Valentina Reggio, ma la Maria Elettra Gorietti che ci tiene comunque a dimostrare che le sue saran pure più piccole, ma non per questo son meno belle.

Gli uomini, che mascalzoni. Scamarcio fedifrago, dovrà sudar freddo fino alla fine proprio per via della Gorietti; verrà redarguito dal prete buono e pure pronto a spaccargli il naso di Uccio De Santis: personaggio immancabile e necessario in un film perfetto per questa Italia così modello Rai 1, così perbenista, così democristiana. Il prete di Polignano però è moderno, personaggio di lotta e di governo, tanto liberal che si fa pure andare bene la gravidanza lesbo di una Eva Riccobono divertita e divertente, che continua a fare i rutti dopo aver bevuto champagne a collo, che ha conosciuto la sua fidanzata al festival "Viva la fica" di Copenhagen e che si è fatta ingravidare dal fratello gay di Scamarcio, ché è pur sempre il suo migliore amico.

Gli uomini, che mascalzoni (a meno che, appunto, non siano gay): anche se a 'sto giro il povero Don Mimì di Michele Placido ci prova a scappare con la sua Ninella, a Parigi, mollando tutto. E Ninella, che già si sturba all'idea di cambiare colore di capelli (modello Belen o Nicole Kidman ça va sans dire, ma attenzione perché "il biondo può far zoccola"), è tormentata: e quando fa il colpo di testa quello vero, e non lo shatush che gli viene subito bocciato da una sorella milanese comparsa per magia, alla fine, proprio in extremis, verrà richiamanta all'ordine dalle ragioni di famiglia: dalla prima nipote, nata grazie a un medico chiamato di corsa che però l'amaro dal sapore vero l'aveva già scolato prima.
Figlia femmina, ovviamente, perché gli uomini son mascalzoni, e questa era ed è una storia trainata dalle donne, dalle Ninelle ma anche dalle Matildi, dalle sorelle milanesi e perfino dalle Chiare e dalle amanti: perché ci sono due tipi di donne, dice il personaggio di Maria Pia Calzone, quelle che si fanno domande e quelle che agiscono.

Così, mentre i guardaroba, le giacche, i vestiti, le camicie e i docevita cambiano vorticosamente, gli accenti pugliesi vanno e vengono (anzi: stanno o non stanno, come le olive nei cestini per i poveri, le scatolette di tonno o gli amari a fine pasto, ostentati come manco Manfredi le Marlboro), rimangono i primi piani in stile soap, le vedute della bella Polignano, di quella Puglia che è diventata la nostra California. Rimane quel perbenismo borghese e familista che corre lungo la spina dorsale di tutta la nostra penisola fatta di campanilismi che la Vigilia si festeggia a Bari e non 35km più in basso, che rende tutto immoto e immutabile.
"Io devo portati via da questa palude," dice a un certo punto la zia milanese alla nipote Annunziata detta Nancy, che però parla romano. Ma, alla fine, nella palude di Polignano - palude di mare azzurro e vicoli bianchi e chiacchiere e pettegolezzi - ci rimangono tutti. E ci sguazzano.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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