La casa - la recensione del film horror di Fede Alvarez

22 aprile 2013
2.5 di 5

Ha ragione chi considera il film più come un nuovo capitolo di una serie dilatata nello spazio e nel tempo che non un remake, un reboot, un sequel.

La casa - la recensione del film horror di Fede Alvarez

Ha probabilmente ragione chi, dibattendo di questo La casa, lo considera più come un nuovo capitolo di una serie dilatata nello spazio e nel tempo che non un remake, un reboot, un sequel.
Ma, in tempi come questi e non solo, collocare un film in una struttura cronologica e temporale dalle molte dimensioni, è una cosa di scarsa rilevanza.
Indipendentemente dalla sua posizione, è importante andare a vedere le ragioni e le modalità del film diretto con mano (fin troppo) sicura dal giovane Fede Alvarez.

Tentando il classico colpo al cerchio e uno alla botte, l’esordiente uruguayano ha piantato ben saldi i piedi dentro la mitologia creata da Sam Raimi e ha tenuto lo sguardo ben fisso sui suoi simboli e archetipi narrativi, senza però dimenticare (ché siamo nel post-postmoderno, dopotutto) di associare al pantone primario alcune sfumature che ricordino quella tradizione horror dalla cui unione il primo La casa ha proprio avuto origine: da un lato, appena accennati nell’incipit, vaghi riferimenti alle deformità patologiche dei primissimi Hooper e Craven, dall’altro chiari e reiterati debiti al film capostipite del filone demoniaco, L’esorcista.
Stonano, in questo contesto orgogliosamente old school, perfino nell’uso di effetti speciali rigorosamente analogici, gli scattini dell’indemoniata che ricordano le contrazioni fisiche di certe creature fantasmatiche del J-Horror, mentre l’abuso di emoglobine altre sostanze più o meno fisiologicamente organiche è funzionale al quadro d’insieme: che, va ripetuto, è quello della serie ideata da Raimi.

Rispetto al panorama del cinema horror contemporaneo, è impossibile negare ad Alvarez una radicalità che si traduce in momenti di paura vera e in un tripudio di violenze sui corpi come non se ne vedevano da tempo nel cinema maistream, ma la ruvidità punk del modello originale manca, facendo risultare più che vagamente gratuiti e programmatici certi eccessi di truculenza.
E manca, soprattutto, qualsiasi forma d’ironia e di autoironia: non di quelle ammiccanti ed esplicite che hanno contribuito allo stravolgimento di un genere, e messe alla berlina da Joss Whedon in Quella casa nel bosco, quanto quelle implicite e sottostanti ad un testo sopra le righe, capaci di renderlo più leggero e meno ponderoso.

Alvarez, insomma, si prende terribilmente sul serio, come dimostra anche l’inutile ma sbandierato artificio narrativo per cui motivo della presenza dei protagonisti è la necessità di una di loro di disintossicarsi, così come la leva sul senso di colpa che l’indemoniata usa come arma psicologica contro il fratello. E questo, nonostante una serie di intuizioni brillanti e di intelligenti scelte di messa in scena, penalizza l’insieme, la sua ferocia, la sua visceralità.
La seriosità del giovane regista, e la sua voglia di dimostrare competenze (teoriche e pratiche) senza però sforzarsi molto sul versante dell’originalità e dello spessore, appesantiscono quindi questo nuovo La casa, efficace nella singolarità di alcuni momenti, poco agile e liberatorio nel suo fin troppo corretto e vagamente artificiale complesso.
E, a giudicare da situazioni e dialoghi, la sbandierata ripulitura di Diablo Cody del copione originale poteva essere più drastica.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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