La candidata ideale: la recensione del film di Haifaa Al-Mansour in concorso al Festival di Venezia 2019

29 agosto 2019
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Un film che, sotto l'apparenza ingenua e elementare, nasconde consapevolezza e uno sguardo progressista con intelligenza.

La candidata ideale: la recensione del film di Haifaa Al-Mansour in concorso al Festival di Venezia 2019

Poco dopo aver iniziato a vedere The Perfect Candidate, all’incirca passati una ventina di minuti, mi son trovato a lamentarmi mentalmente di quanto il racconto messo in piedi da Haifaa Al Mansour fosse elementare e basilare, spesso ai limiti dell’ingenuità.
Eppure, col procedere della storia, emergevano via via dettagli e sfumature in grado di temperare l’impazienza, e di stimolare curiosità su quali altri sarebbero potuti spuntare successivamente, e su come si sarebbe esaurita la vicenda della protagonista.
Ora, se siamo onesti non c’è dubbio che, se questo film è in corsa per il Leone d’Oro al Festival di Venezia, lo è per via del suo tema, e del genere e della provenienza della sua regista, prima che per i suoi meriti artistici: ma è comunque utile ragionare su cosa si celi dietro quest’apparenza così elementare e ingenua.

The Perfect Candidate vuole chiaramente essere un film che racconta la condizione femminile nell’Arabia Saudita di oggi: una condizione oltre i limiti del ridicolo e dell’assurdo, dove modernizzazioni e occidentalizzazioni solo di facciata vanno a sbattere con forza contro il muro di una tradizione arcaica e di un islamismo, se non radicale, perlomeno molto ortodosso. Lo fa attraverso la storia di una protagonista che è già più emancipata della media (è una dottoressa, e sogna uno stile di vita più moderno nella capitale Riad), ma indossa ancora il Niqab e si fa rifiutare dai pazienti maschi più anziani. Una protagonista figlia di un musicista peraltro (e sappiamo bene cosa pensi l’islamismo più radicale della musica), col papà che va a fare il primo, agognato tour della sua vita proprio quando lei si trova, quasi suo malgrado, in campagna elettorale come candidata alle elezioni municipali della sua città.

Questa storia - che molto cinema analogo ha e avrebbe raccontato con vibranti toni drammatici, e con forti modalità rivendicative - ha qui un andamento che stempera le tensioni in toni simili a quelli della commedia, e che non cerca mai lo scontro violento con le realtà che vuole raccontare e denunciare.
Allo stesso modo, la sua protagonista sembra stupire le persone che le sono attorno, perché l’unico vero punto del suo programma elettorale non è legato alla condizione femminile, ma alla strada che porta all’ospedale dove lavora, che è uno sterrato spesso impraticabile per via dell’acqua che lo trasforma in una palude di fango, e che deve essere asfaltata per garantire un rapido soccorso a chi ne ha bisogno.

In un caso come nell’altro, c’è di che rimanere leggermente spiazzati. Così come per le parentesi, inizialmente poco spiegabili dal punto di vista narrativo, che riguardano l’attività musicale del padre della ragazza.
Allora diventa lecito pensare che l’esibita ingenuità di The Perfect Candidate, e il suo andamento anti-drammatico, siano il cucchiaino col quale far mangiare al pubblico del suo paese (e forse, purtroppo, non solo) una pappa che altrimenti rifiuterebbero in altre dosi.
L’emancipazione della protagonista - che impara a rifiutare il niqab, a farsi valere in pubblico, e amare dai suoi pazienti - è irreversibile, e possibile proprio perché portata avanti con determinazione ma anche con una progressività che non strappa, e non regala la possibilità di una controreazione ancora più forte, nel contesto di un paese dove ancora esistono uomini che rifiutano di farsi curare da donne, o dove suonare in pubblico attira le minacce dei gruppi più radicali.

“Passi di bimbo”, si diceva in un altro film di tutt’altro genere. Sono quelli che fa Haifaa Al Mansour, e che racconta nei suoi protagonisti. Piccoli gesti di grande rilievo; dettagli e sfumature che sono solo in apparenza secondari: quelli che animano il cuore delle trasformazioni, e ti fanno continuare a guardare a dispetto dell’elementarità del tutto.
Che rendono personaggi come quelli delle protagonista, delle sue sorelle e di suo padre - imperdibile, con la sua indolenza sofferta e il fare insofferente ma sornione - più apprezzabili e complessi di quello che appaia in superficie.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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