La bellezza del somaro - la recensione del film di Sergio Castellitto

16 dicembre 2010
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Ad elogio delle buone intenzioni direi di non considerare La bellezza del somaro come una semplice alternativa. Alternativa al cinepanettone, alternativa a chi si disinteressa delle giovani generazioni, alternativa al 3D, alternativa al dramma (di una figlia adolescente con fidanzato settantenne).

La bellezza del somaro - la recensione del film di Sergio Castellitto

La bellezza del somaro - la recensione

Ad elogio delle buone intenzioni direi di non considerare La bellezza del somaro come una semplice alternativa. Alternativa al cinepanettone, alternativa a chi si disinteressa delle giovani generazioni, alternativa al 3D, alternativa al dramma (di una figlia adolescente con fidanzato settantenne).
Al suo terzo film da regista Sergio Castellitto voleva fare una commedia avendo molte idee al riguardo. Il "racconto esteso", come lo ha definito la stessa Margaret Mazzantini (qui sceneggiatrice), che fa da base al progetto, prevedeva molti personaggi, caratteri sopra le righe, vivacità intellettuale e l'assunto di base che la vecchiaia fa paura a tanti.

Abbiamo a che fare con la giovanilistica coppia di coniugi Marina e Marcello (Castellitto e Laura Morante), un casale in Toscana, un gruppo di amici e parenti riuniti per il week-end dei morti (o dei santi) e il nuovo ragazzo della deliziosa e intelligente figliola Rosa, ospite atteso fino a che non si rivela con i capelli bianchi. Le certezze dei cinquantenni di ampie vedute, tolleranti e fisiologicamente aitanti vacillano di colpo.

Il film sorride e si burla di una certa generazione di adulti narcisisti, moderni e modaioli, con lavori niente male ma in qualche modo sempre insicuri e incompleti. Effettivamente esistono e a volte i loro giudici sono i figli, diciassettenni svegli ma esigenti (il marito alla moglie a un certo punto dice:"Rosellina nostra scassa il cazz.. da quando è nata!"). Questa era una giusta premessa per dare una lezione ai genitori e portare il vecchio in casa (che non è ricco, non è famoso, è solo vecchio). Questa era anche una giusta premessa per utilizzare i toni grotteschi, di farsa, di commedia caricaturale ma ricercata e riunire il coro d'attori in un unico luogo.

L'impianto del film è volutamente teatrale, lo svolgimento un po' delirante: in senso positivo, tentando una variante surreale della commedia degli equivoci, in senso negativo, poichè confonde le idee e si affida alle urla anche quando non ce n'è bisogno.

Pertanto gli amici d'infanzia (Gianfelice Imparato e Marco Giallini), i pazienti della psicologa in vacanza premio, le ex mogli arrabbiate dalla nascita, i figli saggi o intontiti e la domestica dispotica, sono tutti piuttosto esuberanti nell’alternare alla comicità popolare, brevi pillole di cultura (citazioni di Cechov, Jung, Nabokov). Così possiamo aspettarci la resa dei conti generazionale sulla tavola imbandita o alle terme fumando una canna, mentre l’illuminato, il “vecchio” Enzo Jannacci è l’unico che mantiene la calma.

Questo è La bellezza del somaro, dove il somaro vero è una comparsa simbolica e la sua bellezza è quella stolta, sfacciata e genuina della giovinezza (un titolo azzeccato ma che necessita di spiegazioni). Una commedia che al divertimento muticolor di base affianca una baraonda nevrotica molto rock che, piaccia o no, dovrebbe rimanere tale fino alla fine, come un “ruba bandiera” infinito dove sono ammessi anche gli sgambetti. Perchè se il vecchio, e forse anche il giovane, in qualche modo spaventa tanto vale tenerlo in casa e cercare di capirci qualcosa.



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